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Cristina Piccino in Il Manifesto 3, 9, 2002 Navigando sull'onda
del disastro nucleare In quello spazio claustrofobico, si insinuano però altre scorie, altre inquietudini che rovesciano ancora una volta per chi sa guardare, la superficie «liscia» del film. Se infatti il punto di vista dei sovietici si può accettare nella distanza, quelle ossessioni politiche di reciproco attacco, di un nemico in agguato senza volto e con una sola identità globale, diventano di assoluta contemporanietà, o quantomeno stridono con un'idea di «genere» pensando agli Usa del dopo-11 settembre e a Bush II che minaccia, nel nome della salvezza dal terrorismo, l'attacco all'Iraq. Insieme a Bigelow sono arrivati al Lido Harrison Ford e Liam Neeson. Ford su 11 settembre e Bush preferisce glissare. Dice: «Sono qui per presentare un film che si svolge negli anni `60 e non per discutere di Bush e della sua politica. Posso solo dire che sono costernato e preoccupato per quanto accade». Liam Neeson - che sullo schermo è l'alter ego di Ford/Vostrikov, il capitano «umano» Polenin è molto più diretto: «K-19 è un film contro la guerra, non può piacere a Bush e al suo staff, uomini agitati dal prurito di premere un bottone. Spero che resistano un paio di settimane, e che intanto Bush stia a sentire gli inviti alla ragione dei leader europei. Il problema principale è il petrolio, se nella zona si coltivassero patate sarebbe diverso». Incalza Bigelow: «La storia del K-19 riguarda la nostra epoca molto di più di quanto si pensi. In questo senso si può definire un film «politico» e non solo di azione, anche se ci sono tutti gli elementi drammatici, a cominciare dal dead line, il reattore di questo sottomarino atomico che può fondere da un momento all'altro causando una catastrofe mondiale. Poi c'è un capitano carismatico e dedito al proprio dovere che prende decisioni coraggiose, e soprattutto ci sono i marinai pronti a sacrificarsi. In questo direi che K-19 ha un legame con gli altri miei film, persino con Point Break. Mi interessavano le dinamiche umane, le relazioni tra i diversi personaggi, la lotta con se stessi e con l'esterno, in questo caso una tecnologia difettosa e un governo, quello sovietico, che li ha abbandonati». Cioè? «Mi piace mostrare non la guerra ma la solidarietà internazionale... Nel caso della Guerra fredda mi sono spesso chiesta «e se fin da allora i due paesi avessero collaborato?». Ci sono cose che i militari nel sottomarino dicono degli americani, sono propaganda ma raccontano anche alcune verità. Credo che l'attualità della Guerra fredda nel rapporto con il nostro tempo possa cogliersi nella distanza, sono passati molti anni ma è come se qualcosa di quella mentalità non sia mai stato superato. È come se la paura del nemico invisibile ma sempre presente sia rimasta prendendo altre direzioni: oggi è il terrorismo, e lo si vede nelle reazioni».
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