Donne e conoscenza storica
         

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Storia del cinema lesbico fra gli anni '20 e'30

sta in Il Manifesto 17 e 18 -10-2002
 

Le Queen Kong che imposero la modernità
Non solo Clara Bow. A Sacile, le Giornate del Cinema Muto riscoprono la rivoluzione culturale delle «funny girls» nell'immaginario Usa degli anni venti. Una gruppo di attrici, comiche, «pazze» e scatenate che si ripresero la città e divennero le padrone della «fiction». Inoltre Victor Fleming (il futuro regista di Via col vento) da una lezione di civiltà e rispetto per i «nativi» a D.W.Griffith
MARIUCCIA CIOTTA
SACILE
Le ragazze degli anni 20 gettano uno sguardo sul `900 dall'alto di un grattacielo, lo sguardo rovesciato di una funny girl acrobata issata sul cornicione dell'hotel Savoy che nel '24 era già un viaviai di automobili lungo la quinta strada giù fino all'estremo sud di Mahnattan dove lo sky-line è quello del 2002 senza le Twin Towers. Commedie buffe, slapstick, comicità delle origini nel programma «Funny Ladies», tema centrale delle XXI Giornate del cinema muto ormai adottate da Sacile, visto che il Teatro Verdi di Pordenone è un piccolo, malinconico ground-zero. Abbattuto l'edificio degli anni 50, ultima malefatta del sindaco leghista (ora è del centro-sinistra), la ricca Podernone si sveglia dall'infatuazione localista senza il suo prestigioso festival internazionale, destinato a un difficile e forse impossibile rientro.

Le Giornate in difficoltà (fondi tagliati, spazi ridotti, alberghi pordenonesi pieni per una inopportuna fiera cittadina) non si arrendono e anzi rilanciano accogliendo il popolo di storici, archivisti, studiosi, giornalisti provenienti da tutto il mondo in quest'isola dove prevale il puro piacere della scoperta. Infatti, non c'è solo da ridere con queste funny ladies, che qualcuno può immaginare come copie minori di Harold Lloyd, anche lui penzoloni nell'immaginario della comicità muta, appeso a quell'orologio famoso. Come sempre, la rimozione del protagonismo femminile produce una cecità critica, ma c'è qui Dorothy Devore, la ragazza a testa in giù di Hold Your Breath diretto da Scott Sidney nel '24 a dirci come non soltanto le attrici facevano ridere al pari degli attori, ma erano anche il motore dell'azione. Il film racconta di un dopo-guerra rivoluzionato dalla presenza delle ladies, che, come succederà anche negli anni `40, svolgono «ruoli maschili». Le donne negli anni Venti non entrano nella modernità, la fanno. Impongono modi e mode, squilibrano i ruoli sessuali, arrivano in massa sui luoghi di lavoro, dispongono di soldi propri, inventano glamour, umorismo, e «quel certo non so che» lanciato da Clara Bow in It (il film che ha inaugurato il festival sabato scorso).

La dinamica gestuale di Dorothy Devore, attrice di successo della Warner, è tutta un'eplosione di erotismo, eccentricità, gag monellesche nel ruolo di una ragazza che, licenziata da un salone di bellezza - set dominante come il salone da barbiere nel primo cinema comico - decide di aiutare il fratello giornalista, tornato ammalato dal fronte. Quando il direttore del Daily Bulletin le fa capire che lo licenzierà, Dorothy inscena a colpi di flash-back un folgorante racconto sulla condizione dei reduci, salutati come eroi e maltrattati al ritorno, forza lavoro logorata e sostituibile. Bandiere a stelle e strisce al vento, fanfare e proclami, un patriottismo dal sapore molto attuale, e poi addio soldatini, morti o tornati a pezzi, come il fratello di Dorothy che ha respirato gas tossici per salvare un amico ferito. La scena all'Arco di trionfo in una Parigi in festa, le sfilate dei militari sono contrapposte agli svenimenti «femminili» del ragazzo, debole quanto Dorothy è scatenata nel suo nuovo ruolo di reporter. Il direttore, colpito dall'appassionato discorso della ragazza di fronte ai redattori commossi, decide infatti di assumerla in attesa della guarigione del fratello. Ma per meritarsi la qualifica, Dorothy dovrà dimostrare capacità superiori a quelli dei tanti giornalisti che invano hanno tentato di intervistare un miliardario misantropo, al centro delle cronache mondane per aver acquistato un bracciale antico di enorme valore. La metropoli si anima allora nel corpo scatenato di Dorothy che corre, scalpita, si arrampica, si traveste, fugge alla polizia lungo la facciata del grattacielo all'inseguimento di una scimmietta ladra. Ritmo frenetico, situazioni esilaranti tra commedia sofisticata e slapstick, Dorothy che indossa pantaloni da uomo sotto la lunga gonna frusciante, diventa il centro d'attrazione di una folla morbosa che guarda lo spettacolo da sotto in su aspettando la caduta della spericolata. Alla fine, trionfante, la funny girl promette di ritirarsi nel matrimonio, ma il futuro marito, furbizia estrema, non è un macho bensì un grasso giovanottone burroso. I pantaloni restano a Dorothy.

Un'altra donna en travesti la troviamo in un titolo della sezione «Saving the silents», Mollycoddle (Un pulcino nella stoppa, `20) di Victor Fleming, il regista di Via col vento. Protagonista Douglas Faibarbanks nella parte di un americano che si è «rammollito» in Europa, e che da damerino con monocolo giocatore a Montecarlo si trasforma in un prode cow-boy quando torna in Arizona. Il film è una sequenza vertiginosa di trovate comico-avventurose, che, trasmesso in prima serata, batterebbe perfino C'è posta per voi. Ma. Il sapore delle risate del secolo scorso è troppo forte per le menti anestetizzate di adesso. Fleming utilizza anche brevi sequenze animate per visualizzare la rotta dei trafficanti di diamanti che dall'America giungono in Europa, dopo aver rubato le pietre preziose nelle miniere degli indiani Hopi. Un omino tratteggiato a penna corre a perdifiato su una mappa intercontinentale con il suo carico illegale, organizzato da un gangster in doppiopetto, che allora non godeva dell'indulgenza pubblica. Adesso il suo yacht sarebbe popolato di vip e veline, ma nel 1920 i gaudiosi cortigiani erano in realtà degli agenti travestiti da dandy idioti ridenti per incastrare l'imbroglione. Anzi, il vero 007 è una dolce corteggiata signorina, Virginia Hale (Ruth Renick) che partecipa alla corte del trafficante di diamanti pronta a colpire (la teste avrebbe più chance che al processo Previti). Gli equivoci si moltiplicano, il «mollycoddle», il pappamolle, è sospettato di essere la spia federale (c'è qui di nuovo una sostituzione). Douglas Fairbanks è magnifico quando fuma il caloumet e balla frenetico con i nativi, abbarbicati nel loro villaggio sulle montagne, e che sarà travolto da un'esplosione catastrofica, provocata dalle dinamite del trafficante di diamanti. Primitivi? Victor Fleming con pochi tocchi di satira politica ci mostra che «primitivo sarà lei» accostando immagini tribali a squarci salottieri.Impressionante l'immagine del popolo Hopi, descritto con affetto, simpatia, complicità, di fronte a quella di Griffith in film come The Massacre, capolavoro del 1912 su un assedio di «selvaggi» a un gruppo di coloni, sterminati senza pietà. È vero che l'agente segreto, Virginia, alla fine avrà bisogno dei pugni di Fairbanks per sfuggire all'«uomo d'affari», che cerca di comprarla con un collier di diamanti, e sta per violentarla, ma non dimentichiamo che lui ha un cuore di panna, e lei una tempra d'acciaio. Puro transgender delle origini.

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«Patsy», diva degli sberleffi
Alla XXI/ma edizione delle Giornate del cinema muto, Marion Davies insieme al regista King Vidor conquistano la scena e il pubblico. L'ironia e la «girl» monella come antidoto allo star system di Hollywood
MARIUCCIA CIOTTA
SACILE
«Io sono una donna e sono piena di punti di vista!», la battuta di Marion Davies in The Patsy di King Vidor definisce alla perfezione la XXI/ma edizione delle Giornate del cinema muto, che frantuma lo sguardo unico sul cinema delle origini, e mette scompiglio in ogni certezza accademica con i suoi mille frammenti recuperati dagli archivi. Tanto più le «Funny ladies», programma centrale di quest'anno, moltiplicano il piacere della scoperta con la parodia sistematica dello star system hollywoodiano, già negli Venti smontato come macchina fabbrica divi, modelli e consensi. In cartellone, oltraggiose commedie affidate alle attrici comiche per demolire tipologie di donne affette da mania d'imitazione divistica, successo mondano, ricchezza, club esclusivi, sesso mercenario. Ma chi non ha passione e talento negli anni Venti finisce alla berlina invece che in televisione. Non sarebbe bastato a Marion Davies essere l'amante di William Ralph Hearst, il magnate della stampa, per diventare grande. Anzi, il miliardario mediatico ostacolò la carriera dell'attrice imponendole parti drammatiche e film in costume, quando la bionda vulcanica funny girl era fatta per la commedia, come si vede in The Patsy di King Vidor (1928), più clamoroso nel mostrare il suo humor corrosivo di Show People, l'altra commedia di Vidor che la rese celebre.

Il titolo italiano, «Fascino biondo», già mette su una falsa pista perché Pat (Marion Davies) non ha fascino per niente, almeno così crede la rotondetta monella, sorella minore della sofisticata Jane Winton (ex soubrette delle Ziegfeld Follies), bruna, sottile, avvolta in veli, mantelli dorati, pellicce. A Pat manca la «personalità» ma ha molti «punti di vista», come dichiara esultante al corteggiatore della sorella, di cui è innamorata, e che le rimprovera l'incapacità di imporsi. Lui, che la considera solo una bambina, e non sa di essere l'oggetto dei suoi desideri, le consiglia una serie di manuali per conquistare gli uomini, un decalogo di frasi fatte da salotto, esilaranti in bocca a Pat, decisa a diventare irresistibile «come la modella che fa la pubblicità alle calze». Spunta già in questi primi anni del Novecento l'ideale di bellezza pianificato dalle industrie dell'abbigliamento e dei cosmetici, che vogliono una consumatrice standard, su modello delle star. Marion Davies è provvista di un antidoto allo stereotipo, è una ragazza «It», come Clara Bow, ed è lei che farà «moda» e darà slancio alle «maschiette» protagoniste dell'Età del jazz, «eroine proletarie» contro le furbe ex-vittoriane cacciatrici di mariti ricchi. La Marion Davies di King Vidor è in sintonia con l'adolescente di Francis Scott Fitzgerald, pesce fuor d'acqua nel cerimoniale del corteggiamento, guastatrice di ogni convenzione, e in una sequenza memorabile farà l'imitazione di tre modelli divistici, tre tipi di donna proposti dal cinema. Mae Murray, che si atteggia ad altezzosa dama, Pola Negri, esotica maliarda, e Lillian Gish, il «giglio infranto», reso da Marion Davies caricatura di devastante comicità con un lenzuolo sulla testa, la boccuccia a cuore e la mimica vezzosa da vergine violata stile Nascita di una nazione di Griffith.

Il pubblico del festival ha fatto quasi crollare dalle risate il teatro Zancanaro. E Marion Davies ha vinto idealmente la palma d'oro delle ragazze con «quel certo non so che». Premio minacciato da Gloria Swanson in Stage Struck di Allan Dwan (1925). Anche se la diva di Viale del tramonto avrebbe volentieri mandato al rogo la pellicola dove la sophiticated lady di tante bellissime commedie di Cecil B. De Mille interpreta una sciatta cameriera, anche lei innamorata non corrisposta di un uomo che preferisce le attrici, e ne colleziona i ritratti (gli stessi sbeffeggiati in The Patsy).

Per trasformare la regina del glamour in funny girl, la Paramount non esitò a insaccarla in un grembiule sformato, ciabatte ai piedi, e vassoi carichi di piatti sporchi in mano. Spintonata in una taverna frequentata dagli operai di una grande fabbrica, rumoreggianti, affamati, pronti a travolgerla al fischio di fine pausa, la povera Gloria si pentì del ruolo, e in una intervista al Motion Picture Classic confessò il tentativo di distruzione del film, stroncato da una critica che ora come allora non tollera l'imprevisto. Per accontentare i fans di una Swanson seduttiva, la major aggiunse un prologo a colori dove la «cameriera» è diventata diva, e si pavoneggia in costumi sontuosi. Ma nel film di Allan Dwan, la protagonista trasforma i suoi vecchi abiti in modellini all'ultimo grido, indossati dalla vamp di turno (Geltrude Astor) solo per attirare l'attenzione dell'amato. Lui, il cuoco del locale che fa spettacolo in vetrina con un acrobatico gioco di frittelle, è l'attore Lawrence Gray, lo sciupafemmine di The Patsy, degno partner dell'anti funny-girl. Qui, invece, rivelerà alla fine la sua vera passione per la collega monellesca, che si esibisce in una serie di performance comiche involontarie. Nella divisa di pugile, incapucciata in una calzamaglia, Gloria Swanson decide addirittura di salire sul ring per fare spettacolo sullo showboat che ha portato in provincia la soubrette rivale. I suoi grandi occhi chiari, pieni di stupore e curiosità, che spiano dalla cucina la donna imbellettata, seduta al tavolino del ristorante, è il bellissimo manifesto delle Giornate, e dice tutto dello sguardo obliquo, irriverente, sovversivo, «funny».Il leit-motiv della ragazzina goffa, trascurata, «invisibile», priva di malizia, che vince con il suo candore maldestro (lasciato in eredità a Jerry Lewis) ricorre in molti film, come nel sorprendente The Campus Vamp (1928), 17' 30" diretti dal re delle comiche Mack Sennett. Apparizione di Carole Lombard, bionda esuberante bellezza che distrae il ragazzo di una impacciata compagna di scuola, Sally Eilers, istruita all'arte della conquista da una buffa, minuscola attrice australiana, Daphne Pollard, interprete ideale di Sennett. Frammenti in technicolor accendono la commedia studentesca, tutta giocata sul genere slapstick.