Donne e conoscenza storica
         

Rassegna Stampa

sta in Il Manifesto 10,3,2004

Rwanda, il presente dentro lo schermo
La riconciliazione La guerra civile tra hutu e tutsi dieci anni dopo, un reportage della regista franco americana Anna Aghion, presentato a «Cinéma du réel», lascia parlare la gente

CRISTINA PICCINO
PARIGI

 


Ottocentomila morti, forse di più, una guerra civile, hutu contro tutsi, che dieci anni forse non bastano a risolvere. Rwanda 2004, la parola d'ordine per il nuovo governo è stata da subito «riconciliazione» e con ogni mezzo possibile. Una sfida complessa, delicatissima, come infatti ristabilire la convivenza tra i sopravvissuti, le vittime e i colpevoli, chi ha perduto tutto, figli, parenti, amici con chi ne è stato l'omicida? È il tragico della guerra civile, o «etnica» o come la si vuole chiamare «religiosa», Sabina Subavic ci dice (La terre a promis au ciel) che ancora oggi in Bosnia non c'è pacificazione, le donne protagoniste del suo film cercano i corpi dei figli scomparsi a Srebrenica e chiedono giustizia.

E il Rwanda? Due anni fa Anna Aghion, franco americana, ha provato a raccontare il processo di riconciliazione a partire dal Gacaca, il tribunale popolare che il nuovo governo rwandese ha adottato sperando di superare le fratture. Gacaca, revivre ensemble in Rwanda? non dà risposte, anzi neppure le cerca - nel frattempo la regista sta montando Au Rwanda on dit... , che indaga l'evoluzione dei Gacaca due anni più tardi. Lascia parlare la gente e il rito di questi tirbunali nella foresta come in un film di Straub-Huillet, ai quali partecipano tutte le comunità. Di fronte a ogni imputato chi sa, ha visto, ha subito deve dare la sua testimonianza. Solo i responsabili del governo, delle istituzioni, politici, poliziotti, ministri, governatori di allora saranno giudicati da un tribunale, tutti gli altri, che il governo ha diviso in tre categorie - gli omicidi, i ladri, coloro che hanno colpito senza volerlo - passeranno dal Gacaca, la cui origine ha radici nella tradizione precoloniale.

«Vogliamo un paese nuovo, vogliamo il bene del Rwanda» grida l'inarrestabile procuratore ai detenuti, ciò che conta è il presente, il resto si deve dimenticare. Il Gacaca permette di trasformare le pene, si possono dimezzare trasformandole in lavoro utile alla comunità, obbligando chi ha rubato a restituire vacche o strumenti agricoli, c'è il problema delle carceri piene e delle famiglie che per occuparsi dei detenuti, uomini e donne e con loro anche bambini, hanno abbandonato il lavoro nei campi rischiando la fame. Anche Anne Aghion parte dal presente. Non si parla, se non per rari accenni nei ricordi di quei giorni, di hutu e tutsi, gli incontri, le storie che arrivano in primo piano raccontano morte, esistenze distrutte, dolore che rende pazzi senza nomi e senza gioco delle parti. C'è il Rwanda di oggi, quello del Gacaca dove però nessuno si espone fino in fondo e al quale nessuno crede, né detenuti né vittime. Lui, per esempio, quel ragazzo con gli occhi grandi dice che il padre glielo hanno ammazzato davanti. Lo hanno tagliato a pezzi e poi buttato in un fosso. «Credevo di impazzire» dice. Al Gacaca non ci crede, non si possono dire più cose o è bianco o è nero e invece non è così semplice.

Non lo è neppure per il capo di quella piccola comunità massacrata, i cadaveri, tra cui suo fratello, gettati dove c'è ora il verde della foresta. E per quella donna che vive sola: «su queste colline era pieno di gente ora non c'è più nessuno. Hanno ucciso tutta la mia famiglia, i miei figli, mi hanno lasciato vivere dicendo che sarei morta di dolore». E quelle madri coi due bambini che si dicono destinate a vagare piangendo. E ancora lei, la donna, che si chiede: «oggi loro coltivano i nostri campi. Avrebbe fatto male a un bambino allora chi dice ora di amarli?». Le storie in prima persona sono forse lo spazio in cui prendono forma meglio le contraddizioni, riempendo i vuoti di quel «tempo presente» che il film modella sulle esigenze del paese. È lì che si intuisce il paradosso - almeno nella percezione popolare del Gacaca - e soprattutto in quella spinta frenetica al nuovo laddove invece solo una memoria conquistata con chiarezza e fatica nel tempo può garantire davvero il nuovo e non solo un oblio in equlibrio con la vendetta.

La scelta di personaggi, voci in prima persona che esprimono una realtà, è cifra diffusa nei lavori presentati a «Cinéma du réel» in forme diverse, il privato, l'intimità, il racconto di un paese, della Storia.

Eldar Grigorian, nato a Riga, studi in Germania dove si è trasferito con tutta la famiglia otto anni fa, chiede alla vecchia signora che spia il mondo dalla finestra: «hai dei rimpianti?». «No, certo, ho avuto tutto, perché mi fai domande così stupide» risponde seccata lei. Però la signora a quel paese nuovo - scelta obbligata - non si è mai saputa rassegnare. Non parla tedesco, non esce mai, fissa la strada deserta, frammento di Bensheim, e guarda solo vecchi film russi in cassetta. Lui è il regista e è suo nipote, nel dialogo tra i due affiorano così memorie collettive, l'Europa prima e dopo la guerra, le «migrazioni» obbligate, un sentirsi in esilio fuori dal tempo che è perdita e fatica. Una scelta questa che diventa anche misura possibile per fare documentario di profondità. Ma non è facile. «Cinéma du réel» ha selezionato quest'anno i suoi titoli tra oltre novecento lavori provenienti da tutto il mondo - per l'Italia c'è solo Leonardo Di Costanzo con A scuola, coproduzione Francia e Italia, la Fandango, rimasta tra i pochissimi in Italia a dedicare spazio e sostegno produttivo al documentario dopo che Murdoch ha «inghiottito» Telepiù. Punto di partenza per i selezionatori, Suzette Glénadel e Monique Laroze-Travers, rimane l'opera, un'idea di documentario che è ricerca di linguaggio, lavoro di sensibilità, costruzione appassionata di un soggetto che da sé non dovrebbe bastare - come accade nei servizi televisivi - a far vivere le immagini. Ci vuole un più, ci dicono. Già, ma cosa? Che il documentario soffra nel rapporto con la Realtà e con il moltiplicarsi della sua rappresentazione - a cominciare dalla realtà in tv - non è un fatto nuovo.

La televisione come unico mercato possibile (produzione e distribuzione) «impone» delle regole, un format, una durata. Ci sono poi le nuove tecnologie, la facilità del digitale che nella sua natura leggera permette di scoprire forme narrative inedite e che al tempo stesso rischia di diventare un limite alla ricerca. Il tutto non è evidentemente regola generale, metà fiction metà documento massimo di verità, la «formula» godardiana sempre attualissima si può insomma tradurre nella rivendicazione di un punto di vista, sempre obliquo, «anima» e occhio emozionale e distanza ravvicinata più che confezione di risposte.

È la lezione di Frederick Wiseman di cui il festival ha presentto Domestic Violence 2, nuova incursione nel sistema americano a partire dai tribunali che giudicano le violenze familiari e anche di due cineasti come Michel Khleifi e Eyal Sivan, il cui Route 181 dovrebbe passare domani e, fanno sapere dalla distribuzione, la Momento, dopo le molte proteste contro la censura della seconda proiezione, nella sala grande del Pompidou.

Tarkowskij und Ich è nel concorso internazionale - giurati tutti cineasti, Robert Bober, Jana Bokova, Helena Koder, Claudio Pazienza, Leighotn Pierc - nelle proiezioni speciali è invece José Manuel, la mula y el televisor ovvero come dare voce alle contraddizioni quotidiane a Cuba, mancanza di elettricità, di servizi, ipnosi televisiva con umorismo e intelligenza. Lo firma Elsa Corvenin, che ha studiato al cubano Eictv e ha già girato un altro documentario, Petites histoires en Turkestan e un corto di fiction.

Qui il protagonista è Josè Manuel, raccoglitore di palmitos spesso ospite di talk show. Mentre si guarda con tutta la famiglia va via la corrente. Lui però decide di continuare il «suo» programma da solo, con un vecchio televisore e la sua mula giamaicana. Estremista della diretta, José dà voce alle signore che cuciono tutto il giorno, non hanno luce e vorrebbero averla per lavorare meglio e soprattutto per guardare la tv; alle mamme che vorrebbero avere una scuola più vicina e dei servizi per i figli così non giocano sempre nel fiume... Insomma Cuba di povertà e embargo senza l'astio dell'«attacco politico» che piace tanto sull'altra riva ma con consapevolezza, che è critica e perciò politica nel senso più forte.