Forse questo film
non piacerà alle benpensanti però - oltre che alle molte
donne e uomini presenti alla proiezione - alle giovani e ai giovani
dovrebbe divertire; lo proietterei nelle scuole per intavolare una
lezione sul femminismo. Il femminismo che, di solito si aggira fra
le/gli adolescenti, è quello manifestante recepito come una
maledizione delle donne lanciata contro il sesso maschile. Scherzando
oltre che prendendosi alla lettera definendo allo stesso tempo il
pensiero femminile più sostanziale, il film racconta quello
che le donne vedono, stando nel mondo, come politica. Perchè
sappiamo che è difficile raccontare la politica
delle donne, raccontare senza fare presa diretta, documentazione.
E' la mediazione
il grande lavoro e merito di questo film, quasi una favola, senza
contesto che non sia quello strettamente ritagliato intorno alle relazioni
femminili. E' infatti capace di parlare anche a chi non sa i difficili
linguaggi della teoria femminile; divertente, svelto con una suspense
concreta e che non si prende affatto sul serio, caratteristica che
accomuna tutte e tutti gli/le interpreti, facendo ridere riesce a
mettere in scena il mondo delle donne, la politica, il senso della
differenza.
E' meritatamente
ideologico e oggi mi sembra un vanto più che un demerito; dice
solo ed esclusivamente quello che la regista e un folto gruppo di
amici e amiche avevano voglia di dire, come sempre nella produzione
del gruppo di Torino mescolando gags, teatro, il personale e l' invenzione
fantastica.
L'alito del
drago è il nuovo film di Milli Toja, proiettato il 15 aprile
al Cinema Massimo di Torino in prima visione. Una grandiosa partecipazione
di pubblico femminile e maschile, di tendenza, due proiezioni nella
sala affittata per una serata, è stato un successo. Ma quello
che conta, come hanno detto quelle dell'Associazione Lucrezia Marinelli,
anche se preferiscono altri generi di distribuzione, Nilde Vinci:
è che questo film di Milli fa discutere e ha aggiunto Laura
Modini, va tutto bene: tempi, fotografia, scenografia. Se qualcuna
desidera la videocassetta del film è già in vendita:
rivolgersi direttamente alle autrici scrivendo o telefonando, costa
15 euro (e-mail
mirtoja@tin.it)
La.Ci.Do. e Milli Toja si sono misurate, ancora una volta con il cinema,
genere artistico che di solito si affronta solo con un grosso budget
devoluto attraverso i finanziamenti statali della commissione cinema
per film definiti di valore culturale, falso se come si può
vedere su Internet ha distribuito centinaia di milioni per film il
cui titolo è già uno scarto.
Ma Milli Toja non ha bisogno dei finanziamenti pubblici le sono bastate
amiche e inventiva per fare un film
<< collettivo>>.
Il gruppo di donne e uomini spesi in molteplici attività e
competenze hanno costruito il film. Ci sono le attrici già
viste nelle altre produzioni, come Rosalia Capasso, Gabriella Montone,
Silvana Strocco e altre; note alla cinematografia femminile sono le
tecniche della ripresa come le registe Tiziana Pellerano e Cristina
Vuolo. Al centro di tutta l'impresa mettiamo pure quello che conta
veramente: l'amicizia, le relazioni capaci, come sostegno, oltre alla
passione del La.Ci.Do e ai loro propri investimenti.
Il film è un giallo femminista. L'alito del drago lascia
nello spazio interiore la sensazione di essere energetico e positivo
fino a regalarci il finale nel campeggio femminile di Terra di lei,
ai confini di Orvieto, in una notte di mezza estate. E anche Rossella,
la protagonista, interprete Milli Toja è spiazzante; non sappiamo
se prendere sul serio la femminista che sogna di sottrarre la dirimpettaia
alle angherie del marito, come in La finestra sul cortile di
Hitchcock e, arrivate al finale, pensare che sia una presa in giro
dei nostri cinquantenni compagni di strada oltre che delle idee di
qualcuna ancora attardata a fare la solidarietà femminile come
si faceva, c'è chi dice negli anni '70. Continua per tutto
il film l'effetto spiazzante e imbarazzante perché non sempre
sappiamo se sulla scena siamo rappresentate noi o forse solo le ragazze
di Torino che si raccontano, facendo ancora una volta autocoscienza,
fino a che in alcuni momenti siamo sollevate dall'incarico di mettere
giudizio e ci sembra di essere veramente al cinema.
Questa mescolanza
di verità e finzione coglie la contraddizione di oggi fra le
donne e la politica quando vorrebbe stare presso di sé e allargarsi,
nello stesso tempo, verso altre, facendosi valere contro le sventure
delle altre e perché no di tutto il mondo; beate quelle che
la risolvono. E beate quelle che hanno creduto in sé e che
promovendosi hanno creato comunità. C'è chi non è
ancora ben sicura di avere messo i piedi per terra. Il film, allora,
autorizza tutte a 'fare' per esprimere sé e le altre; c'è
il sospetto che la La.Ci.Do sia una maestra di cinema.