Donne e conoscenza storica
         

L'articolo è pubblicato in Leggere Donna n.100
(settembre-ottobre 2002)
L'autrice su ns. richiesta l'ha gentilmente concesso a Donne e conoscenza storica

pagina 1

pagina 2

59a Mostra d'arte cinematografica di Venezia

di Luciana Tufani

 

Chus Gutierrez

Poniente

LINKS:

recensione di Zina Borgini

Torno a parlare di registe, rimanendo nel campo del buon prodotto, ma in questo caso non precisamente onesto, con l'ultimo film di Kathryn Bigelow: K-19. The Widowmaker. Padrona di un'ottima tecnica, la regista riesce a mantenere costante la tensione per tutta la durata del film, malgrado l'ambiente calustrofobico e la trama banale, ma dispiace vedere sprecate le sue doti al servizio di una sceneggiatura che non è altro che un susseguirsi di sparate retoriche di cui le ultime tre, assolutamente insopportabili, si accavallano inutilmente annullando in tal modo l'effetto strappalacrime. La dichiarazione d'intenti della regista era quella di farne un film pacifista ma è quanto meno strano veder utilizzati a tale scopo tutti gli espedienti retorici e i toni predicatori delle peggiori pellicole patriottiche e guerrafondaie. Come quando tra i due supposti antagonisti alla guida di un equipaggio russo (che si comporta come fosse composto tutto da tipici americani con tanto di inno nazionale cantato con la mano sul cuore) scatta il reciproco riconoscimento e il fin allora apparente ribelle si dichiara solidale con il fino allora stolto comandante perché il capo è uno e ad esso bisogna obbedire. Se poi si tiene conto che a impersonare lo stolto comandante è stato chiamato Harrison Ford, già più volte interprete del ruolo del presidente degli Stati Uniti, l'identificazione con Bush scatta immediata: se ne deve dedurre che il messaggio è quello di seguire comunque il capo, qualunque follia imponga, sperando solo in un suo improvviso ravvedimento come nei film? Di Kathryn Bigelow mi ha sempre lasciata perplessa la capacità di assimilare totalmente l'immaginario e i disvalori maschili. Come per la protagonista del suo Blue Steel, l'ambizione di Bigelow sembra essere di venire accettata dalla confraternita degli uomini come una di loro. E' riuscita infatti a dirigere un film di guerra con un cast di divi e un grosso budget a disposizione. Peccato, perché con il suo talento avrebbe potuto avere maggiori, o più esattamente migliori, ambizioni.

Un film girato senza grandi mezzi che ha però una nobile ragione d'essere è Poniente, della spagnola Chus Gutierrez. Ambientato in Andalusia, regione un tempo di emigrazione diventata come è successo da noi terra di immigrazione, narra con partecipazione e con un'autentica passione civile dei conflitti scatenati dalla presenza degli immigrati. Quel che accade è molto simile a quanto riportano le cronache italiane di questi ultimi anni e l'autenticità del film, supportata da una regia e una sceneggiatura (di Margarita Fernàndez) di tutto rispetto, ha suscitato l'entusiastica adesione della maggioranza del pubblico e la sdegnata reazione di una minoranza. Combattiva e minacciosa però quest'ultima: ho infatti assistito a una lite feroce tra una spettatrice e uno spettatore in cui lo spettatore dichiarava che a persone come Chus Gutierrez si sarebbe dovuto impedire di girare il film e vietare per sempre di fare la regista per la sua mancanza di obiettività e per l'incapacità di dirigere un film artisticamente valido. Reazione che rende sempre più necessari film come Poniente e come tutti quelli che si ispirano alla realtà e ne denunciano le storture.
Di questi fa parte Zendan-e Zanan (Prigione per donne), dell'iraniana Manijeh Hakmat, in cui attraverso i cambiamenti che negli anni vediamo avvenire all'interno di una prigione si avvertono quelli della società all'esterno. Più complesso e articolato di quanto non appaia a prima vista, il film è stato massacrato da una traduzione talmente sciatta, sgrammaticata, piena di errori grossolani che nessuno si è preso la briga di correggere, da meritarsi una denuncia per danni. Un'altra prova di colpevole inefficienza e negligenza nei confronti di un film che non credo sia un caso appartenga a una cinematografia che si voleva addirittura bandire dal festival.
Tra gli altri film diretti da donne mentre Ripley's Game della Cavani e Vendredi soir di Claire Denis non sfigurano tra le altre opere di due autrici importanti, Julie Walking Home di Agnieszka Holland è un pretenzioso e incredibile pasticcio che non si capisce dove voglia andare a parare e che dà ragione a quei critici già da tempo (anche se spesso ingiustamente, secondo me, e con eccessiva acredine) la stroncano regolarmente.

Au plus près du paradis
di Tonie Marshall è un'altra conferma dei nefasti effetti del denaro, che è meno di quello investito nelle pellicole della Holland ma che ugualmente ha trasformato una regista che in altre occasioni ha filmato opere spontanee e gradevoli. Questo remake di un remake (Un amore splendido, del 1957, con Deborah Kerr e Cary Grant - a sua volta remake di Un grande amore del 1939 e rifatto per la terza volta sempre dallo stesso recidivo regista, Leo McCarey, nel 1994 - e del recente Insonnia d'amore diretto da Nora Ephron) è invece assolutamente inconsistente e si trascina sino alla fine senza suscitare un guizzo di interesse. Generalmente sono gli americani a girare copie di film francesi trasformandoli da champagne in cocacola, è curioso che questa volta sia una francese a compiere l'operazione inversa senza però che la cocacola si trasformi in champagne ma resti una bibita e senza neppure le bollicine.
La rilettura, di un film o di un genere, è stata uno dei temi ricorrenti di questa mostra e, mentre nel film di Tonie Marshall è stata un'operazione maldestra, nel film che la regista cilena Valeria Sarmento ha ambientato nella Cuba pre-rivoluzione, Rosa la China, l'affettuosa parodia dei radiodrammi antenati della attuali telenovele ha centrato l'obiettivo e dato vita a un film di buon livello.

Oltre al classico gangster movie Road to Perdition che Sam Mendes ha girato con professionalità, anche tre dei più bei film della mostra che ho visto sono direttamente o indirettamente riletture o omaggi: Dolls di Takeshi Kitano è la geniale riproposizione in chiave moderna del Buraku, una forma di teatro di marionette che ha in Giappone una lunga tradizione; l'ironico-elegiaco L'uomo del treno di Patrice Leconte (che vanta un interprete più vero del vero: Jean Rochefort) non è un noir, come qualcuno ha detto, e neppure vuole esserne una citazione (giustamente, con una battuta, il regista ha affermato che, nel caso, citerebbe solo se stesso) ma sicuramente è un film che gli echi degli innumerevoli western e gialli di cui ci siamo nutrite/i ci fa gustare ancora di più. Infine, Far from Heaven (Lontano dal cielo) di Todd Haynes è un esplicito omaggio e una riscrittura dei melodrammi anni Cinquanta condotta in maniera estremamente sofisticata, tanto da far scambiare da buona parte del pubblico il film per un autentico melo con conseguenti applausi e fischi nei momenti sbagliati. La parodia è solo suggerita dal sapiente uso dei colori con cui si strizza l'occhio agli spettatori utilizzando per gli ambienti e addirittura i paesaggi toni pastello in tinta con gli abiti della protagonista. Case, vestiti, atteggiamenti sono riprodotti fedelmente dalle pubblicità e dai film di anni in cui il culto della casalinga perfetta di una famiglia altrettanto perfetta era alla base della certezza nei valori dell'american way of life, che non era stata ancora incrinata. Senza enfasi, lasciando praticamente inalterati dialoghi che sembrano ricalcati dai film dell'epoca, il film rovescia la prospettiva e fa vedere tutto quello che si nascondeva dietro una facciata di ostentato perbenismo. Anche la splendida interpretazione di Julianne Moore è tutta "sotto" le righe e l'inquietudine traspare solo dal sorriso troppo fisso. La chiave della sua interpretazione (e del film) e la simpatia che il regista-sceneggiatore le riserva sta in una frase pronunciata quasi di sfuggita e che suona pressappoco così: "vuol dire che le donne non sono mai come sembrano?". Non solo Cathy non è come sembra ma tante donne sono spesso molto migliori di quanto non vogliano apparire, fa onore all'intelligenza e alla sensibilità di Todd Haynes averne fatto il perno attorno a cui ruota un'opera in cui nulla è mai come sembra.
Sono stati degli uomini, in questa edizione, a darci le opere che con più empatia descrivono delle donne. Si può ricordare Tonino De Bernardi con le tante donne del suo Lei, anche se, più che essere un film sulle donne, Lei tratta degli incerti confini dell'identità sessuale.

Ma chi con ancora più totale immedesimazione si cala in un mondo femminile è Peter Mullan nel suo bellissimo Magdalene Sisters, perfetto fin dalla folgorante sequenza iniziale. Con commossa sensibilità e rigore morale, cui corrisponde il rigore formale del film, Millan si pronuncia contro non una particolare chiesa, come in modo riduttivo qualcuno ha interpretato, ma ben più radicalmente contro la legge dei padri e di quel padre, dai diversi nomi, in nome del quale si fanno carnefici spesso anche le stesse vittime. Meritato il Leone d'oro assegnato a un regista che dovrebbe essere d'esempio a molti e soprattutto molte altre.