Donne e conoscenza storica
     

indietro


Nadia e Sarra di Moufida Tlatli, Best Time, Lullaby e i documentari

 

 

 

 


Ancora un ' aggiunta personale. Nel pomeriggio avevo visto il film della regista egiziana Hala Kahalil, Best Time. Che io l'abbia trovato noioso, anche se mi ha interessato non ha importanza, vale che abbia avuto un grande successo al suo paese e che lei sia molto giovane. Vorrei fare notare che mentre Tlatli costruisce il film sul volto e il corpo di una donna sofferente e ce ne propone tutta la verità possibile, Kahalil ci mostra tre ragazze in ghingheri che sembrano quelle che vediamo nei manifesti pubblicitari della danza del ventre, patinate, truccate e pettinate come delle bamboline, le tre ragazze ricordano le sorelle di Streghe, il serial americano e come quelle fanno pure miracoli e magie. Sul genere molto popolare -i film chiamati buricche - nella filmografia egiziana ma anche turca etc ci parla Ariel Schweitzer sui Cahiers du Cinema.

Nonostante il guazzabuglio di cose proposte, il film in maniera stentorea arriva vicinissimo a una verità, anch'esso, per poi lasciarla perdere e finire con tutte e tutti che si amano. La verità solo abbozzata poteva essere resa vincente; in quel caso avrebbe detto che tre ragazze in forte legame di amicizia, possono fare grandi cose e - se lo vogliono- ribaltare la vita che le lega al destino di mogli, madri, possono ripensare il mondo alla propria maniera.

Il film di Hala Khalil invece ritorna indietro e ci mostra i felici legami coniugali, nuovi, antichi, rattoppati. La comunità femminile non regge, se non è condivisa, fra le partecipanti, la stessa scelta di privilegiare la relazione fra donne a quella codificata e eterosessuale. Il tema non è di poco peso e la regista non se lo nasconde; in mezzo a risate, drammi e qualche decina di incidenti e incontri delle tre eroine ha un filo del discorso, quasi un metadiscorso sulle relazioni fra donne.

Mi ha fatto riflettere e pensare che attraverso la fiction più che il documentario stanno venendo a galla incroci di situazioni sulle donne e gli uomini, non a caso proprio in quest'area medio-orientale e che possono riguardarci. Come se lì dove si pensa alla soggettività, sacrificando eventi della politica e della geopolitica che dovrebbero essere insormontabili, queste istanze della differenza si esprimessero con più distinzione, decisione e chiarezza. Non per distrarre ma per mettere in gioco qualcosa che è urgente. A differenza degli anni scorsi mi ha comunicato poco in generale la documentazione dei documentari stranieri, e parlo di quelli della finestra medio-orientale, non di quelli italiani che ho già visto e apprezzato.

Ho visto, per mia fortuna non sola, ma in compagnia di un'amica, Lullaby di Adi Arbel. Il documentario è l'elaborazione di un lutto, la morte delle figlie e dei figli di madri e palestinesi e israeliane, fra le quali anche un'americana. Fanno parte della nostra storia, alla quale noi partecipiamo mettendoci all'ascolto se le parole, le immagini possono farci concepire ciò che di terribile avviene. Questo film è qualcosa di più di un documentario; è merito della regista averlo saputo costruire e offrire con coraggio.