Donne e conoscenza storica  

 

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Venezia 2001

 

Sta in Il Manifesto 1, 9, 2001

Soap d'autore per un immaginario global
In Mostra la famiglia e i suoi guai: "Monsoon wedding" e "Reines d'un jour" di Marion Vernoux
Pop Bollywood Dopo "Kamasutra" un melò indiano da esportazione. Parodia del moderno speziata al curry. Telefonini, signore in sari di seta, kebab e happy-end

di MARIUCCIA CIOTTA - INVIATA A VENEZIA

Il giorno delle commedie dirette da registe di latidudini lontane, India e Francia, globalizzate in una traccia demenziale sulla famiglia e i suoi guai, inguaribili perfino in epoca web e via cellulare, squillante sotto turbanti rosa, sciarpe di seta e testoline all'ultima moda parigine. Monsoon wedding di Mira Nair (in concorso) e Reines d'un jour di Marion Vernoux (Cinema del presente) stravaganze di questa 58ma Mostra, soap d'autore di prima serata e di sicuro successo da Parigi a Nuova Delhi, dove si svolge "il matrimonio dei monsoni".
Mira Nair è al top dei prodotti speziati made in India dopo Salaam Bombay!, candidato all'Oscar 1988 come miglior film straniero, pluripremiato dovunque e amato dal pubblico, seguito da Mississippi Masala ('91) e Kamasutra ('96). Monsoon wedding è più che global, glocal, mix di Bollywood e "american pie" con le sue canzoncine strepitose che sarebbero piaciute al Peter Sellers di Hollywood party. Tra "ghazals", canzoni d'amore tradizionali, jazz indiano e "bhangra", folk/pop Punjabi la festa di nozze è servita in un caos di amori, tradimenti, seduzioni, incidenti di ogni tipo come succedeva nel Padre della sposa con Spencer Tracy. Ma qui siamo a Nuova Dheli, divisa tra loghi d'alta moda (fabbricati qui dai grandi marchi a due dollari la giornata) e matrimoni combinati, quello di Aditi, bellezza dagli occhi come biglie azzurrine, e Hemant, ingegnere fusto di Houston, tornato dagli Usa per prender moglie e mantenere i legami famigliari.
Ed è questa sacra famigliona che si ritrova nel giardino inondato di fiori arancioni, impalcature, banchetti, fontane, bicchieri. Una famiglia molto unita, fin troppo, visto che un aitante zio "americano" non solo ha molestato anni prima la nipote Ria, ora la "zitella" di casa, ma ci prova pure con un angioletto bruno al quale insegnerà come si bacia con la lingua. C'è poi un ragazzone proveniente da Sydney, una "bambola sexy" della nuova Nuova Delhi, una grande quantità di signore vestite in sari di seta, e un buffo impresario della Tent and Catering, incaricato di organizzare i festeggiamenti nuziali e che s'innamora di una cameriera gentile. Kebab e whisky, aria condizionata e monsoni, mangiatori di garofani e telefonini, appunto.
Mira Nair gioca con l'immagine pop del melò indiano, romanzo d'appendice color pastello, e ne ripropone le coordinate narrative per poi disgregarle in una parodia sul moderno. In ogni leit-motiv del genere introduce un virus disturbante, una variante, un odore più aspro, come la storia di pedofilia parentale, tanto che il quadretto felice potrebbe traslocare nell'Happiness di Todd Solondz. La sposa, poi, è presa da una passione con un suo ex, sposato, che tempesta di telefonate segrete, e che incontra di notte, sotto i primi monsoni, per un meeting sessuale nel parco. Il matrimonio combinato le serve per scappare dall'India e ricominciare una vita in Texas, ma s'innamorerà del sensibile fidanzato che tutto perdona. Insomma, una soap educativa con happy-end. Prodotto da esportazione, divertente, molto manierato, senza troppe ambizioni, che non sfiorano neppure il film francese collocato, stranamente, in quel Cinema del presente, regno della sperimentazione e dell'imperfetto.

StudioCanal (Vivendi Universal) produce e "regala" alla Mostra l'opera "boulevardien" di Marion Vernoux che spera di trovarsi su un set di un Alain Resnais tutta effervescenza comico-sentimentale, mentre sprofonda in una vecchia commedia degli equivoci e delle coincidenze con accompagnamento bandistico a sottolineare le peripezie extra-coniugali di una signora borghese, smaniosa di sesso in assenza del marito. Anche qui è la famiglia a mostrare le sue voragini di fronte all'attrazione convulsa della metropoli. Come può Hortense (Karine Viard) moderatamente graziosa e giovane, madre di due figlie, resistere alla tentazione di lasciare messaggini ai cellulari di uno o più amanti quando quell'oggetto vibra e suona, richiamo da un'altra dimensione? Il film racconta la giornata particolare di cinque donne sfortunate. La bella e radiosa Marie Larue (Hélèle Fillières) di professione fotografa è rimasta incinta mentre scattava istantanee a un matrimonio, la colpa è dello sposo ubriaco. E ora cerca di convincersi che l'aborto non è comunque una bella cosa. Come, altro espisodio, non lo è lasciare una bambina la notte di Natale a dormire sul pianerottolo di casa perché i genitori se la spassano. Una delle "eroine" comunica al marito l'intenzione di abbandonarlo mentre quello, autista, guida il suo mezzo nel traffico. Un'altra s'imbelletta al bagno di un ristorante e fa sapere all'amante del marito che lei se ne frega dei tradimenti perché si sente una mezzacalzetta.
C'è anche un'apparizione di Jane Birkin in tanti travestimenti finalizzati alla riconquista, vana, di un uomo. Al contrario di Mira Nair, sembra che la regista francese metta in scena ogni tipo di trasgressioni per ricondurle alla normalità. Falliscono tutte nel tentativo di sfuggire a quel nucleo plumbeo della casa, vilipese, scacciate, patetiche con i loro vestitucci da sera, le parigine di Marion Vernoux mettono tristezza sulle note di un'ennesima fanfara che vuol indicare il divertimento assicurato delle pochade con marito sotto il letto.
Se dall'India le donne vogliono fuggire all'Ovest per godersi la libertà dello shopping, forse è meglio che restino lì per rovesciare a testa in giù la modernità, e lavorare per una cultura "bastarda", come il padre della sposa indiano di Mira Nair che urlando al cellulare non vuole assolutamente i teloni bianchi sul baldacchino nuziale, secondo l'ultima moda west, ma quelli vecchi e rossi della tradizione, tra l'indignazione del capo Catering. Il bianco laggiù è il colore del lutto.

La classe media di Nuova Delhi
Quando il nuovo irrompe nella tradizione. Parla Mira Nair
NICOLO' MENNITI-IPPOLITO - VENEZIA

Vestita di blu e di rosso, con un volto gioviale e aperto, Mira Nair parla di un film, Moonson wedding, che rappresenta una felice parentesi per lei. Come regista oscilla tra Stati uniti e India e questa volta il pendolo è andato dalla parte dell'India, anzi del Punjab, che è la regione natia della regista.
"Da tempo - dice - volevo raccontare la mia gente, che è molto particolare. Noi siamo un po' i napoletani dell'India, amiamo cantare e ballare, facciamo casino, abbiamo fortissimi legami familiari, ed io volevo raccontare tutto questo con leggerezza e divertimento". Ed ecco un film corale, colorato, che Mira Nair conferma molto realistico. "Quello che racconto avrebbe potuto essere il mio matrimonio, anzi molti degli oggetti che si vedono in scena, gioielli compresi, sono della mia famiglia, ma avevo anche voglia di raccontare una middle class indiana che in gran parte è nuova, perché si è sviluppata fortemente negli ultimi anni". E' una middle class che innesta tradizione e modernità, che parla inglese più che indiano, ma continuamente contamina le due lingue. "L'India sopravvive perché cambia - dice Mira Nair - perché continua a prendere dagli altri adattando però tutto alle sue esigenze".
E così nella tradizione millenaria irrompe il nuovo, senza cancellare il vecchio. "Non ho inventato nulla, nei matrimoni tradizionali può succedere veramente che si balli seguendo i ritmi musicali bollywoodiani". Già Bollywood, la Bombay che è la Hollywood indiana, quella che produce centinaia di musical di enorme successo che nessuno in Occidente ha mai visto. "Anche il mio film è in qualche modo bollywoodiano, ma solo in parte. Devo dire - continua Mira Nair - che a me piace molto Bollywood e so che prima o poi realizzerò un film interamente di quel genere, però Bollywood non parla della realtà, disegna un mondo immaginario, mentre il mio è realistico".
In realtà secondo Mira Nair la stessa immagine di Bollywood è cambiata per gli indiani. Una volta erano film popolari, che la middleclass inglesizzata rifiutava totalmente, ora invece la qualità è molto cresciuta e anche la classe media si è pienamente identificata in un cinema che ormai fa parte della identità nazionale. Una identità oscillante, attraversata da singolari schizofrenie. "Il personaggio di Lalit - racconta Mira Nair - è quello di una ragazza moderna, che ha provato l'amore, ha fallito e ritorna alla tradizione del matrimonio combinato, affidandosi alla famiglia che, lei pensa, sa cosa è giusto scegliere. La cugina Ria invece ha rotto interamente i ponti con la tradizione. In India ora sta succedendo questo. Ci sono i matrimoni d'amore, ma i matrimoni combinati resistono lo stesso e statisticamente hanno anche riuscite migliori". Stilisticamente Mira Nair ha cercato una assoluta leggerezza: "Spesso nel primo film che si gira si trova una freschezza quasi casuale, poi devi costruirla con le capacità. Inizialmente volevo girare in digitale, per poter infondere la leggerezza ed il senso di libertà che cercavo. Ma i matrimoni inidiani sono sfarzosi e il digitale non rendeva questa ricchezza. Così ho usato il super 16 e la camera a mano raggiungendo gli stessi risultati".
E con questo stesso sistema e con questo stesso staff tecnico Mira Nair ha già girato un altro film, questa volta tutto americano, con Uma Thurman, Juliette Lewis e Gena Rowlands. "E' una storia di donne che cercano amore, ambientata nel New Jersey, e spero di essere riuscita a raccontarla con la stessa libertà con cui ho raccontato un pezzo della mia tradizione familiare".