Donne e conoscenza storica
     

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Kare Kare Zvako di Tsitsi Dangarembga, Zimbabwe, 2004, 30', 35mm, Primo premio per il migliore cortometraggio al Festival del Cinema Africano 2005, Ziff 2004

La trama e il commento

Una madre sta sfamando i suoi figli e non ci riesce perchè la carestia è alle porte. Non ha neppure più latte per il figlio appena nato. Il marito tenta di rubare il cibo anche al piccolo. Allora la donna va al cumulo del termitaio dove vivono gli spiriti della terra e gli chiede di dare qualcosa ai suoi figli e di prendere, in cambio, a lei.

Dentro alla capanna la madre offre cibo ai figli, sacrificando la sua parte e intanto propone ai figli di raccontargli una storia. E' accaduto tanto tanto tempo fa (Kare kare zvako) - dice - che la gente avesse una fame terribile. I bambini chiedono se tutti nel mondo avevano fame e lei risponde che era anche peggio e loro non avevano mai visto niente di simile. Arriva il marito a pretendere tutto il cibo per sè; lei glielo rifiuta ricordandogli che dovrebbe invece - come gli altri uomini - andare nella foresta e presentarsi a casa con qualcosa.

A questo punto il film ci fa entrare nella storia che la madre vorrebbe narrare; è la stessa storia del film che stiamo vedendo, ovviamente. Ma alla fine scopriamo che per ora è solo nella sua mente. Lo stacco è molto esile, come è facile immaginare fra il fantastico e il reale. Siamo ai limiti della possibilità di vita, però, dice il film c'è sempre la madre a proteggere la comunità famigliare con i gesti e le parole. E' lei a coprire la voragine, l'orrido aperto fra il reale e il possibile, perchè ancora lei è la soluzione di tutto.

L'uomo va in giro per il deserto di sterpaglia, scopre una trappola dove inciampa e scatta in lui l'idea terribile. Allora scava una buca profonda fra i pochi arbusti che lì crescono. Torna a casa e sveglia la moglie dicendogli che ha trovato qualcosa che vuole farle vedere, prima che arrivino altri. Poco convinta la donna tuttavia lo segue. E' l'alba; mentre lui sta acquattato lei si fa guidare con le parole e casca nella buca nascosta fra la sabbia conficcata ai pali che l'altro aveva predisposto. il marito tenta di tirarne fuori il corpo e non ce la fa, corre verso la capanna. Vediamo gli spiriti delle termiti che lasciano il cumulo e danzando la sollevano e riportano in vita.

E' ormai giorno e arrivano i figli, una ragazzina quasi adolescente che tiene il bambino più piccolo, una bambina di sette, otto anni e un fratellino, l'uomo mostra loro la madre e chiede aiuto per tirarla fuori. All'inizio i figli si rifiutano ma il padre dice che è l'unico modo che hanno per sfamarsi. E' la bambina che si fa avanti per prima disponibile a aiutare il padre, non il fratellino che viene bastonato e convinto. Allora per fare uscire la madre i figli intonano un canto e le chiedono di aiutarli, di essere buona e ubbidire alla volontà del padre. La madre ubbidisce, è di nuovo in vita. I duetti d'amore cantati fra la moglie e il marito adesso fanno vedere cosa ci sarebbe in un mondo dove c'è abbondanza di cibo per sfamare.

Ma ecco che lei di nuovo ritorna a essere un corpo morto e il marito caricandosela sulle spalle la porta fino alla capanna. Occorre di nuovo il suo aiuto che il marito sollecita ai bambini. Altri canti intervengono per pregare la madre di aiutare il marito nella spogliazione del suo corpo di carne: la sua ubbidienza sarà ancora richiesta per il taglio della sua carne e per la cottura.

La totale dedizione della madre ai desideri del padre ha fine con la sparizione nel marito sazio e con la pancia gonfia. Non finisce però la sua voce che ancora sentiamo in un canto finale. E' l'epilogo del canto:<<Forse ho sbagliato posso essermi allontanata però non sono andata lontana; verrà il tempo del mio ritorno, di finire il mio lavoro e allora niente e nessuno mi potrà fermare, darò una lezione a questa terra. Nessuno mi può fermare, quando io ho la forza di continuare, quando c'è una via d'uscita e ci sono quelli che lanciano grida di dolore>>. Lei rimane presente dunque più che come spirito della vendetta, come figura della continuità, che mette di mezzo se stessa, corpo di carne per nutrire ma pronta a ritornare nello spirito dell'amore tradito. Non sappiamo come finirà questo lavoro materno. E' un lavoro, anche minacciante, che prosegue oltre se stessa.

La madre stava dunque inseguendo la storia nella sua mente e i figli adesso la interrogano: come quel popolo supererò la terribile carestia? Come finisce la storia ? La storia ricomincia e lei risponde: << Kare Kare Zvako (Tanto tanto tempo fa) >>.

Raccontando un'antica fiaba la regista rimette insieme i pezzi dell'immaginario popolare, macabro e magico. L'azione della madre è insieme dedizione alla famiglia e apparente osservanza ai voleri dei patriarchi. Apparenza perchè dove c'è bisogno di ristabilire durevolezza e continuità della vita scopriamo che c'è stato il sacrificio, è lei che ha offerto qualcosa di sè al termitaio. Lo spirito delle termiti è entrato in lei. Sfumato fra parole, danze, bellezza delle musiche, è l'orrendo significato del corpo smembrato. E' il giorno della madre, avverte il titolo inglese (The mother's day) del film. E' anche il giorno della sua supremazia. Per la regista africana è il giorno del raccontare: la madre è la custode del cibo e della narrazione, del nutrimento dei corpi fra materia e parole. E sarà lei a dire quanto sta oltre, cantando. Anche i figli cantano le lacrime che scorrono e la preghiera a farsi cuocere per bene. Ma ciò che alla madre fa dolore, molto più del taglio della carne, è il non capire cosa lui -che è il male- ha nel cuore. Una frase assurda, che contrasta, ovviamente, con la linearità trucida della storia. Ma che colloca quello che noi chiameremmo il trascendente, nel sentimento. Quindi lei sacrifica se stessa, ma non smette di parlare, di apostrofare un uomo, che pensa solamente a saziarsi.

E' un cortometraggio incollocabile in categorie e definizioni. E' uno dei pochissimi musical africani. Il volume di Diotima spiega La magica forza del negativo, (Liguori, 2005).
In che cosa questo corto può dire la sua sulla questione del negativo ? Mettendo questa figura femminile in una posizione assolutamente centrale. E' l'eroicità e la grandezza della figura femminile che esce attraverso una storia dove tutto il negativo viene rovesciato sul suo corpo. E' difficile trovare un'identica eroicità femminile del tutto priva di compartecipazione maschile nei racconti occidentali. Qui l'uomo fa solo la figura dell'affamato. In questo caso il negativo fa il suo lavoro perchè mostrando le sue ragioni, le realissime leggi per la sopravvivenza, eroicizza la figura femminile, che esce grande in un film che non si dà preoccupazione di evitare la retorica del materno però riesce ampiamente a scansarla, attraverso un sapiente ed esibito uso della differenza femminile. La scrittrice ha lavorato sopra la memoria trasportandola in immagini e consapevolmente esibisce il simbolico femminile nella mitologia.

Tsitsi Dangarembga è autrice di Condizioni nervose (Frassinelli, 1990) un romanzo che è considerato fra i migliori della letteratura africana. Questo libro è presente in tutti i programmi dei women's study americani per lo studio delle letterature comparate. E' un romanzo di formazione. La protagonista è prima una bambina e poi una adolescente e il racconto la segue mentre lascia la madre, il villaggio, il fiume dove le donne vanno a lavare e le bambine a giocare; la piccola donna è destinata alla città dove andrà a vivere con la famiglia dello zio paterno, preside della scuola cristiana. Dopo la scuola inferiore, il passo successivo sarà il college delle suore europee dove potrà avere una cultura più qualificata abbandonando però le tradizioni locali, la lingua materna, shona, e le abitudini che la legano alla sua terra e alla sua famiglia. Con un forte coinvolgimento sul desiderio delle donne di vincere, mettendo allo scoperto il patriarcato, le sue oppressioni verso le donne e le sue regole, l'autrice racconta parte della sua storia. Anche lei, come la famiglia dello zio, è emigrata piccolissima in Inghilterra. Diventata adulta ha poi deciso di restare in Zimbabwe, l'ex-Rhodesia, preferendo agire e impegnarsi alla promozione culturale del suo paese e delle donne. Dopo Condizioni nervose T.D. ha seguito vari corsi di regia e si dedica preferibilmente al cinema. Ha in programma una trilogia -di cui Kare Kare Zvako è la prima parte - e che racconterà le leggende della tradizione shona.