Donne e conoscenza storica
     

Rassegna Stampa

Recensioni

Mamma fa la puttana
di Elisabeth Lequeret in Cahiers du Cinema dicembre 2004 a:
recensione a Mon Trésor, regia di Keren Yedaya, 2004, Israele
Stralci e traduzione di Giulia Cohen

vedi anche:

Le cinema israelien et les Autres
Mon tresor di Keren Yedaya,
Prendere moglie
di Ronit e Shlomo Elkabetz
(Avanim di Raphael Nadjari)
di Ariel Schweitzer
alla sezione Repliques di Cahiers du Cinema janvier, 2005

Il film è stato proiettato a Sguardi Altrove

recensione a Or (Mon Tresor) di Keren Yedaya

Keren Yedaya a Cannes 2004

In rete:

Prix Camera d'Or First best Film - Cannes


Vediamo i personaggi: Or, anni17, lavoro fisso ma studi non precisati; sua madre Ruthie, quarantenne prostituta molto borderline; autrice Keren Yedaya, 31anni, israeliana, cineasta femminista regista di corti molto incisivi. Il film: prospezione nella Tel-Aviv dei perdenti e della prostituzione, ha ricevuto La Camera d'Or al festival di Cannes. Primo lungo metraggio questo film non si limita ad illustrare un'oscura tesi darwiniana, la prostituzione flagello sociale e malattia ereditaria ma la regista va oltre questi postulati sociologici per entrare in una dimensione puramente cinematografica.

Mon Trésor sconcerta poi seduce grazie alla sua neutralità, uno sguardo freddo su un argomento scottante. La prima inquadratura ne evidenzia lo stile: la folla anonima di una strada senza interesse di Tel-Aviv filmata con una distanza che verrà conservata in tutto il film.

In un corto precedente, Lulu (2000),Yedaya catturava l'apprendistato di una quasi professionista del sesso con una freddezza behaviorista. Mon trésor potrebbe essere il prequel di Lulu se non fosse lo sguardo che Yedaya porta alla prostituzione. Lo sguardo le vieta di cercare motivi per un prima un dopo, un discorso di cause ed effetti. All'esposizione classica degli eventi, il film adotta una cronaca impressionista punteggiata di lunghe ellissi, piani-sequenze che mettono insieme le scorribande di Or nella città e la prostrazione di sua madre nel due locali angusto e incasinato che condividono insieme. Il romanzo fa difetto, la speranza ha per orizzonte il mucchio di piatti sporchi che Or lava quoidianamente nella stamberga dove lavora.
Insieme o separatamente, le due donne sono nell'immagine ma fanno fatica a riempirla. Rimangono letteralmente a margine. Per esempio, Or può abbracciare i ragazzi nel sottoscala ma diventa uno scandalo quando viene beccata nella stanza dalla madre con una sospetta storia d'amore.
Anche la padrona non accetta il fatto che la sua lavapiatti possa fare l'amore con il suo figliolo prediletto.
Cosi, anche la prostituzione della madre sembra piu che un modo di ottenere denaro una compulsione, una vera dipendenza che il film evidenzia con le mosse di rettile di Ruthie verso la porta. L'aria della strada mostra una donna dal cervello vuoto capace solo di soggiacere all'imperativo di aprire le gambe.

Mon trésor divide la vicenda in una opposizione netta fra esterno/interno, pubblico/intimo per meglio confondere con una circolazione incessante di fatti e di persone l'analisi sociale. Così ognuna delle donne risponde in modo personale a quella deriva esistenziale. Or corre per la città, di lavoretto in lavoretto. La madre si trascina sul divano o sotto le lenzuola nell'attesa. Preoccupata di evitare ogni accusa di determinismo sociale, Yedaya sembra fare un'equa distribuzione delle sequenze, una scena per l'una, una sequenza per l'altra fino alla scena finale magistrale, mimetica ci fa vedere Or, vestito sexy, sguardo vuoto su un letto sconosciuto: affidata ad altri, estranea a se stessa Sosia della madre.