Donne e conoscenza storica
         

sta in Il manifesto 7 agosto 2003

 

La ricca e il povero a Parigi
«È più facile per un cammello...» esordio alla regia dell'attrice Valeria Bruni Tedeschi. Premiato al Tribeca Film Festival, esce in autunno sugli schermi italiani
MARIUCCIA CIOTTA
Cannes non l'ha corteggiata abbastanza, e nel maggio 2003 Valeria Bruni Tedeschi è partita per il Tribeca Film Festival di New York e ha vinto, anche se sulla Costa azzurra il suo esordio alla regia avrebbe riconciliato tre cinematografie. Prodotto dal portoghese Paulo Branco (Gemini Film, Paris) - in questi giorni il film esibisce cinque stellette sul quotidiano di Lisbona Publico - Il est plus facile pour un chameau... è un po' francese e un po' italiano come l'attrice che dopo il sodalizio con Mimmo Calopresti (nei credits del film) è uscita «fuori di sé», esultante con una mise eccentrica - gonna vaporosa a pois e maglietta a righe - che subito diventa cartoon alla maniera della Pantera rosa. Presenza estranea, immateriale che passa attraverso la sostanza dei ricordi - i flashback dell'infanzia, reali e immaginati - e il set di Parigi con i suoi tic da nouvelle vague, i caffé e i passages, la città protagonista e antinarrativa, i siparietti intermittenti come le lezioni di danza... Valeria Bruni Tedeschi abita il mondo psicolabile e ansioso, nevrotico e assurdo capovolgendo l'immagine di sé. Non è più lei l'estranea, confinata in un autismo solitario, è lei che fa muovere le cose, spiritato agente del fantastico. Lei che simula un tuffo acrobatico sul letto del padre morente (Roberto Herlizka) mentre la famiglia distilla lacrime e protocolli per l'eredità. Perché È più facile per un cammello... (che per un ricco entrare nel regno dei cieli) è la storia autobiografica degli ultimi giorni di vita del ricco e nobile genitore, che non andrà in paradiso, mentre Federica (Valeria Bruni Tedeschi) si è trovata un fidanzato figlio di operai e comunista con cui intona l'Internazionale dai finestrini della macchina lungo i boulevard parigini.

Jean-Hugues Anglade interpreta Calopresti e Chiara Mastroianni (più brava del solito, bionda e con il broncio) fa la parte dell'inquieta sorella Carla Bruni, ex-modella e ora cantautrice da hit-parade. Marysa Borini, la madre vera di Valeria è perfetta nella parte di se stessa, quando dice che è meglio partire dall'Italia perché le «Brigate rosse rapiscono i figli dei ricchi». La storiella funziona come inserto comico, temibile nella sua forma grottesca. La bambina Valeria rassicura il brigatista che mai lo denuncerà perché anche lei è comunista e poi tutta la famiglia e i rapitori brinderanno in coro nel sontuoso salone della dinastia torinese la canzone degli Intillimani.

Un po' da brivido, ma Bruni Tedeschi è senza confini in questa saga alla Tenebaum di Wes Anderson, dove gli incroci tra dubbi paterni (la sorella bellissima non sarà mica figlia di un amante della madre?) e i drammi da slapstick che fanno piangere - la bara del padre non entra nel piccolo aereo privato che lo trasporterà in Italia - vanno in corto circuito.

Lodato da Le Monde, stroncato da Liberation (guai a toccargli il cinema francese doc), selezionato dal festival di Mosca, premiato da De Niro il film uscirà ad ottobre in Italia, ed è più un caso extranazionale per ora che non una rivelazione italiana. Meglio così. Valeria può duettare liberamente con se stessa cartone animato, con Parigi e con il magnifico tenebroso Lambert Wilson che passa da Matrix 2 al personaggio del fratello dandy giramondo nullafacente in un colloquio da antologia («che lavora fa?») con il gauchiste Anglade, che si svolge mentre la madre illustra la sua Louvre privata alla fidanzata indonesiana («l'ho incontrata sull'areo mentre facevo il giro del mondo»).

Un tocco alla Pascale Bonitzer con il suo impareggiabile Fabrice Luchini spunta qua e là, soprattuto nell'ex fidanzato incontrato per caso, buffo e dubbioso, con la sua «vita rosa» un po' grigia e piena di rimpianti.

Federica odia essere ricca, ereditare milioni di franchi, «non di lire», e vorrebbe rinunciare all'eredità, pagare le tasse di successione, buttarli al vento. Lo confessa a un giovane prete turbato dalle visite a ore inconsuete della ragazza a bordo di una jaguar. «Non sono uno psicanalista». Le allucinazioni della ragazza ricca hanno la sigla di Carosello, che come la Cocacola rende tutti uguali, ed ecco il signor Calindri del Cynar materializzarsi in mezzo al traffico di Parigi.

La tragi-commedia dell'italiana a Parigi è surreale e gioiosa. Non importa se ogni tanto gira intorno a se stessa come i ballerini davanti allo specchio della palestra, dove lei tenta il «volo» in una piroetta così goffa da diventare esempio per tutta la moltitudine di danzatori freak. L'esercizio è riuscito, Federica-Valeria è passata dalla cruna dell'ago. Il paradiso è a tutto schermo.