Donne e conoscenza storica
     

Indice dei testi

  • Il punto in cui siamo
  • Le Origini
  • Il nostro cammino

Il nostro cammino
 
"IO , TEODORA E LE ALTRE"
di Lina Scalzo

Con questo mio scritto volevo comunicarvi il significato di un importante obiettivo raggiunto il 15 Aprile 1997.
Finalmente, dopo molti anni, le dieci anziane che io accudivo nel reparto maschile vengono trasferite in un appartamento, ubicato sempre all'interno della Fondazione Betania (struttura socio-sanitaria privata, convenzionata con l'Asl di Catanzaro, dove lavoro da oltre venti anni) e finalmente viene garantita la loro dignità di "essere donne", la loro privacy.


L'obiettivo raggiunto, che è stato quello di offrire alle anziane l'opportunità di vivere in una "comunità", ha portato cambiamenti nel mio lavoro, oltre che nella vita delle donne.
Abbiamo chiamato la comunità "Teodora".

Cosa vuol dire una comunità autogestita?
L'organizzazione della comunità è di tipo familiare: le utenti hanno la stessa stanza ed hanno degli spazi comuni e cioè la cucina e la sala da pranzo. Il compito delle operatrici è quello di accudire le persone nella loro igiene, soddisfare i loro bisogni fondamentali.
Naturalmente è stato uno sconvolgimento sia per le ospiti che per le operatrici: venivamo da una vita in reparto, in corsia e ci trovavamo in una comunità, dove la vita non è altro che quella di una casa abitata.

Un avvenimento importante nella storia della "comunità Teodora" è stato l'arrivo di una donna straniera, una marocchina di nome Jemiaa, che è stata ospite nella comunità per sette mesi. E' arrivata da noi il 7 dicembre del 1999, poiché, in seguito ad un ictus celebrale, necessitava di un periodo di riabilitazione.
L'impatto non è stato facile né per lei, né per le ospiti e l'equipe.
Ci siamo trovate dinnanzi ad una donna con una "diversità" a cui non eravamo abituate; non era una disabile o una anziana, ma una donna con una propria cultura, la sua religione (musulmana) , le sue abitudini alimentari e la scelta del vestiario.

Dal canto suo, lei ha accettato di vestirsi come le altre, con tute da ginnastica, anche per una sua comodità, dato che doveva fare i cicli di fisioterapia, ma, ha voluto mantenere il copricapo, tipico del suo paese.
Jemiaa è madre di quattro figli, che si trovano nel suo paese e di cui sentiva molto la mancanza. E' stato ospite da noi, per un mese, anche il marito e per garantire la loro privacy, è stata data loro una stanza in un appartamento al piano superiore.
Nonostante alcune difficoltà, si è riusciti a creare intorno a Jemiaa una forte rete di solidarietà.

Purtroppo durante la sua permanenza in Fondazione Betania, si è scoperto che la donna era malata di cuore. La paura di stare male e di non essere accanto ai suoi figli, ha fatto si che Jemiaa non è più voluta rimanere a curarsi, è voluta tornare nel suo paese.
Devo dire che queste esperienze arricchiscono la nostra vita personale e professionale, ma non nascondo, che nel mio lavoro , come in molti altri, ci sono momenti di perplessità, di sconforto e di confusione.
Il trasferimento delle anziane dal reparto alla comunità, a livello personale, è stata una grande soddisfazione e l'ho potuto realizzare grazie alle relazioni che sono riuscita a costruire, nel corso degli anni, con la direttrice e il presidente della Fondazione e, soprattutto, al rapporto che avevo ed ho con le utenti delle quali cerco sempre di mediare bisogni ed esigenze.

Però dal settembre 1996 a novembre 1997, l'azienda, dove lavoro, mi ha imposto di frequentare un corso di riqualificazione, organizzato in una parte teorica ed una pratica.
Man mano che frequentavo il corso, che ha richiesto grossi sacrifici, visto che si effettuava al di fuori degli orari di lavoro, mi sentivo molto confusa, in quanto tutto ciò che le docenti spiegavano, mi riportavano indietro di 20 anni.
Ciò che ad esempio emergeva era che io non potevo più rifare neanche il letto da sola, ma ero di supporto all'infermiera.
Figuriamoci se avessi detto che in comunità davo la terapia orale: sarei stata considerata una fuorilegge! Ciò che mancava nella teoria era l'insegnamento delle dinamiche relazionali, oltre che del lavoro in equipe.

Concludo dicendo che l'esperienza sul campo è una cosa, mentre la formazione è un'altra.
Questo è solo uno dei paradossi del mio lavoro.

Catanzaro 9 - 02 - 2001