RISPOSTA
A LORELLA COMMODORO
di
Franca Fortunato
CARA Lorella,
ho letto le
tue osservazioni, pubblicate l'11 marzo su queste pagine, in relazione
al mio scritto dell'8 marzo sull'irruzione
della Finanza nella mia scuola.
E' chiaro che io e te esprimiamo, decisamente,
due punti di vista differenti, su tutto. Su questo pesa, senz'altro e non solo,
il fatto che guardiamo da due luoghi diversi: il mio dall'esperienza di una donna
che insegna, il tuo da giornalista .
Ho letto con molta attenzione quello che
tu hai scritto e vi ho visto rabbia, a volte aggressività e una profonda
sfiducia nella scuola, nelle giovani generazioni, nelle docenti e nei docenti.
Sfiducia che io addebito alla martellante campagna mass - mediale "denigratoria"
e "catastrofica" portata avanti in questi ultimi 15 anni, da "specialisti",
politici (di destra e di sinistra), psicologi, sociologi, sindacalisti, buro-
pedagogisti che, se ci pensi, sono per lo più uomini (o qualche donna),
che, o non hanno mai messo piede in un'aula o che, se ci sono stati, appena ne
hanno avuto la possibilità, se ne sono andati a fare altro. E, quando hanno
voluto mettere mano al "disastro", il rimedio è stato peggiore
del male. Mi riferisco alle "riforme", dalla Berlinguer alla Moratti,
da cui vengono i guasti che tu hai evidenziato, segni di una scuola a cui stanno
strappando l'anima e contro cui, con altre e altri, lotto, giorno per giorno,
per salvare il piacere dell'insegnare.
Ti assicuro che c'è molto del
buono nella scuola e non solo nella mia, perché ci sono, ancora, tante
donne, e qualche uomo, che hanno il piacere a stare con le bambine e i bambini,
con le adolescenti e gli adolescenti, nonostante il clima di cui ho parlato nel
mio articolo. Un clima politico, sociale e culturale, fattosi pesante negli ultimi
anni e che si riflette nella scuola e che tu, evidentemente, non percepisci o
condividi. O forse, semplicemente, abbiamo due sensibilità differenti.
Per
il resto, se il tuo invito a cambiare significa sentire < l'obbligo di denunciare
alle autorità competenti qualsiasi situazione di devianza> io ti rispondo
che questa non è, assolutamente, la mia pratica né di vita, né
di docente, di cui ho un concetto molto più nobile e alto di quello che
hai tu quando dici essere l'insegnante un < pubblico funzionario>. La scuola
che amo e che faccio è la scuola dove si educa, dove si convive generazioni
diverse in uno scambio gratuito di saperi ed esperienze, dove il "disagio",
si cerca di capirlo, di affrontato sul piano educativo e non repressivo e criminogeno.
Anche su questo, io e te, abbiamo concezioni differenti.
Per quanto mi riguarda,
dalle donne e dal mio desiderio di esistenza libera, ho imparato, per la mia vita,
a mettere le relazioni vive, tra donne e donne e uomini in carne e ossa, al posto
delle regole, delle leggi; la fiducia e la stima al posto della sfiducia e del
sospetto; l'autorità, prima di tutto quella femminile, al posto del potere,
l'amore e la passione al posto del guadagno e della carriera. E' questa la civiltà
di cui parlo, dentro cui c'è anche il saper confliggere senza distruggere.
E' una civiltà di origine femminile, che crea un ordine simbolico materno,
altro da quello da te invocato, tolto il quale, temi resti il caos. Ma questo
ordine, quanto caos ha creato e crea? Non condivido affatto quello che tu scrivi,
almeno per quanto riguarda la mia esperienza, ed io a questa mi sono riferita
nel mio articolo, che ormai < a scuola si va con la bustina> e che <
a scuola la droga circola libera > con la complicità di docenti e dirigenti.
Li considero "luoghi comuni" e, dette da te, semplicemente informazioni
molto parziali. Come considero molto superficiale e poca rispettosa della mia
cultura e intelligenza l'addebitarmi la responsabilità di <quei ragazzi
che, proprio, dalla canna partono verso una destinazione a volte senza ritorno>,
il che non la considero una risposta alla domanda da me posta.
L' ho scritto
e lo ripeto, non credo assolutamente negli interventi repressivi e nella criminalizzazione
del disagio e se la scuola, che è parte della società, produce "disagio",
altri sono i terreni su cui intervenire, dando fiducia alle ragazze e ai ragazzi,
alle docenti e ai docenti, riconoscendo il primato della relazione educativa.
Insomma,
è chiaro che io e te, siamo molto diverse, abbiamo pensieri, pratiche,
culture e sensibilità diverse, perché diversa è sicuramente
la nostra storia di donne e la nostra esperienza di vita.
Cara Lorella, del
mio articolo non cambierei nulla e lo riscriverei con le stesse parole, dalla
prima all'ultima, ma accetto, volentieri, l'invito a partecipare agli incontri
mensili del Tribunale dei minori, naturalmente non a tutti, se tu sarai con me.
Con affetto e amicizia
pubblicato
in Il Quotidiano della Calabria
13 - 3 - 2005