Lettera
di invito per l'incontro del 5- 8 agosto 2004
Politica delle Città
Vicine
Adelfia (Scoglitti-Ragusa) 5-8 AGOSTO 2004 (Riviera Kamarina)
Riflessioni
sull'incontro di quest'anno.
di Donatella Franchi
Durante le varie presentazioni del Quaderno di Via Dogana uscito nel
2004 dal titolo Matrice, pensiero delle donne e pratiche artistiche,
mi sono resa conto che la parola relazione è un po' logorata,
ma non so trovarne un'altra. Perché non suoni vuota e ripetitiva
questa parola deve essere incarnata in una pratica dove mettere in
gioco e rischiare il proprio io creativo. Per questo mi sento coinvolta
nel progetto delle Città Vicine.
I luoghi che
abitiamo sono parte della nostra vita. E' da tempo che sento e vedo
dolore e sofferenza nella città in cui vivo, nel degrado, nell'irrespirabilità
dell'aria, nell'assenza di civiltà in comportamenti aggressivi
e insensati. Sento che è necessaria tutta la propria creatività
per non chiudersi gli occhi o deprimersi.
E' per questo che ho trovato ricca di suggerimenti e di potenzialità
la posizione politica e creativa di Anna di Salvo nel suo rapporto
con Catania. Ne parla nel suo saggio "La città come opera
d'arte" in Matrice, che abbiamo presentato ad Adelfia l'estate
scorsa. Spostando il proprio punto di vista Anna riesce a guardare
la sua città amorosamente, a vederne la bellezza, e partendo
da questo scatto di coscienza, cerca di avviare pratiche di cambiamento.
Il progetto della Città felice, da cui è poi scaturito
quello delle Città vicine è nato da una visione, da
una rotazione dello sguardo che ha permesso ad Anna di vedere, poste
in alto sugli edifici della città, tante statue di donne, figure
protettrici di Catania.
E' la coscienza di sé, il modo in cui si abita se stessi/e
che determina il nostro modo di abitare gli spazi. Così è
stata l'esperienza politica con le donne a permettere ad Anna di incrociare
lo sguardo di quelle figure protettrici, che pure erano lì
presenti da secoli, e di rilanciare il suo desiderio di felicità
nella sua pratica politica del presente.
Così, per quello che riguarda la mia esperienza, è stato
il movimento delle donne, vissuto a Bologna negli anni '70, che mi
ha permesso di riconoscere sui portali della basilica di S. Petronio,
nel cuore della città, l'opera di mani femminili, quelle di
Properzia de' Rossi che ha scolpito i bassorilievi in marmo di angeli
e di sibille, di scoprire nelle chiese pale d'altare e dipinti di
Lavinia Fontana, e tutta una tradizione bolognese di artiste e di
donne colte, dal medio evo fino al '600. Questo fatto, insieme alle
relazioni che andavo tessendo, ha certamente mutato il mio rapporto
con la città, e me l'ha fatta amare di più, facendomi
immaginare una sorta di destino nel mio abitare qui, io che non sono
nata a Bologna, mi ha fatta sentire a casa.
Bologna è senza dubbio una bella città dal punto di
vista estetico, ma sento che la dimensione estetica è una dimensione
interiore, ed è legata alla creatività delle relazioni.
In un certo senso potrei vivere in qualsiasi luogo, quello che mi
sostiene è il tessuto di relazioni. A volte a Bologna vedo
più bruttezza che bellezza. La bellezza o la bruttezza di una
città dipendono dal modo in cui ci viviamo. La città
non è mai un luogo di pura contemplazione estetica, è
sempre un paesaggio interiore, legato al modo in cui noi abitiamo
noi stesse/i. Un esempio è il fatto che nonostante il mio amore
per l'arte io sia vissuta diversi anni a Bologna senza sapere nulla
delle presenze di artiste nei luoghi pubblici della città,
e che sia stato il presente che vivevo, il prendere coscienza dei
miei desideri attraverso la pratica politica delle donne, a far affiorare
quelle antiche presenze.
Di quegli anni sorgivi mi è rimasta la pratica dell'ospitalità,
il desiderio di condividere l'abitare, di aprire la mia casa agli
altri e di essere ospitata, il desiderio di muoversi e di spostarsi
seguendo le coordinate di relazioni che sono politiche e affettive
nello stesso tempo, legate all'amicizia politica e a paesaggi e ambienti,
a spazi costruiti e inventati da donne in varie città d'Italia:
Torino, Milano, Firenze, Ferrara, Foggia, Verona, Catania, Mestre,
Chioggia, Ravenna, Mirano-Spinea, Mestre. Queste, a partire da Bologna,
sono le città della mia mappa.
Il progetto delle Città vicine, mettendo a confronto pratiche
diverse, fa circolare energie vitali, potenzia e rende ancor più
significativa quell' esperienza di tessitura di rapporti da un luogo
all'altro e di movimento di andata e ritorno che ho sempre vissuto
come il modo più creativo di fare politica .
Quello del 2004
è stato per me il terzo incontro estivo ad Adelfia.
Fin dal primo incontro ero stata colpita dalla pratica di accoglienza
messa in atto in questo luogo, che rende Adelfia un luogo prezioso.
Lo spazio fisico del luogo stesso mi appare come la trasposizione
visiva di una pratica di accoglienza e di ascolto, un'installazione
permanente dove ciascuno è sollecitato a misurarsi con il proprio
io creativo.
Nell'incontro di quest'anno, durante la presentazione di Matrice,
Vivien ha narrato la storia di Adelfia. Il suo discorso appassionato
esprimeva bene il rapporto tra il luogo - una duna sul mare (che quando
è stato scelto dai fondatori non era ancora stato raggiunto
dai sobborghi di Scoglitti), esposto ai venti, ma nello stesso tempo
accogliente, spazio di incontri, di incroci, di approdi - e la dimensione
creativa di una politica che si misura con il vivente, che tiene insieme
vari livelli di esperienza, il pensare, il mangiare insieme, il vivere
quotidiano in un ambiente che diviene paesaggio interiore, una dimensione
della politica come pratica creativa.
L'anno scorso per la prima volta mi è accaduto di inserire
una pratica creativa visiva in compresenza con una riflessione di
parola, senza separazione tra un momento e l'altro. Il manufatto che
ne è risultato era significativo perché era la trasposizione
visiva dei temi su cui stavamo riflettendo con le parole, una riflessione
visiva, dove ciascuna/o si poteva inserire con i propri strumenti
( ne ho fatto un resoconto in Vivere insieme, Adelfia, agosto 2003).
L'idea di quest'anno, scaturita anche dal racconto di Vivien sulla
nascita di Adelfia, era di fare un'installazione utilizzando il gazebo
bianco esposto ai quattro venti, come una specie di genius loci, da
cui si potevano vedere i tramonti, fermarsi a parlare o a meditare
in vista del mare. Un'idea suggestiva su cui dovremo riflettere ancora.
Quest'estate infatti siamo riuscite a realizzare solo un preludio
e una premessa per un progetto che dovrà essere ripreso nel
futuro.