Donne e conoscenza storica
     

Indice dei testi

  • Il punto in cui siamo
  • Le Origini
  • Il nostro cammino

Il nostro cammino
 

Vivere insieme

di Donatella Franchi


Un'esperienza di vita in comune con donne e uomini di "Le Città Vicine" ad Adelfia, Scoglitti, Sicilia, 26 - 30 agosto 2003.

L'esperienza di vita insieme ad Adelfia fatta da undici donne e tre uomini, più il piccolo gruppo di accoglienza che gestiva il luogo, composto da tre, a volte quattro uomini, una donna, una bambina e due bambini, è stata per me significativa sia per i doni che ne ho ricevuto sia per le difficoltà incontrate, che, se indagate, possono trasformarsi in ricchezza.

Quello che più mi ha dato piacere e godimento è stato il coesistere di diversi modi e registri espressivi con cui ci si metteva in relazione e che diventavano elementi di scambio e fonte di riflessione.
Ad esempio l'azione di Adriana che una sera ha invitato/costretto ciascuno degli uomini presenti a ballare con lei, coinvolgendoli in esilaranti pantomime, è stata una vera e propria esplosione di creatività relazionale espressa in modo giocoso, qualcosa che andava molto al di là di una affettuosa irrisione del goffo rapporto con il proprio corpo tipico di tanti uomini. Invitava ad un coinvolgimento con il corpo dell'altro/a che rompeva gli schemi e poteva far balenare una percezione di sé che non si era ancora messa in gioco, la possibilità di comunicare attraverso una differenza tra maschile e femminile libera da visioni stereotipe (come ad esempio una rigida percezione dell'estetica del corpo o il rapporto di seduzione).
Mi hanno colpita l'inventiva e la fantasia di Giovannella, presidente del comitato di Adelfia, che in quei giorni svolgeva la mansione di cuoca, la sua cura nel preparare i cibi, e il fatto che comunicasse divertimento nel farlo, nonostante la fatica di dover cucinare per ventidue persone. Il piacere del cibo condiviso è una pratica di accoglienza che rende Adelfia un luogo prezioso.
E poi c'era il linguaggio dei paesaggi, il venire a contatto, grazie a Franco, con l'esperienza di vita comunitaria sulle colline vicino a Comiso , dove l'amore e l'investimento nell'abitare i luoghi si è trasformato in progetto politico di crescita individuale che restituisce vita e bellezza alla campagna abbandonata.

Per la prima volta mi è accaduto di riuscire ad inserire una pratica creativa artistica in compresenza con la riflessione di parola, senza separazione tra un momento e l'altro.
Per me questa è stata un'esperienza feconda e spero che, seppure in modi diversi, sia stata significativa anche per le altre e gli altri. La devo all'intuizione di Anna, che mi ha invitata a proporre un'attività creativa all'interno dell'incontro.
Sono convinta che la politica, quando è veramente tale, è sempre una pratica creativa. Attraverso il lavoro collettivo che avevo proposto desideravo far riflettere sul rapporto con la propria creatività individuale, sul fatto che per agire politicamente bisogna riuscire a far funzionare il proprio io creativo, rischiandolo in prima persona senza delegarlo ad altri.
Anna Maria Ortese, in un bellissimo saggio, che cito molto spesso ("Dove il tempo è un altro", in "Corpo Celeste"), dice che sopravvivere ed esprimersi sono sullo stesso piano di necessità, esprimersi è indispensabile come procurarsi il cibo, e chi non riesce ad esprimersi è portato a distruggere. "Così ho sempre pensato che il problema massimo del mondo - e della sua pace, anche se relativa - sia di avere bambini in grado di entrare nel mondo così detto adulto creando, essi stessi, e non, invece, appropriandosi o distruggendo. Creare è una forma di maternità; educa, rende felici e adulti in senso buono. Non creare è morire…"

Avevo portato da Bologna diversi metri di un tessuto, che viene usato in agricoltura per proteggere i germogli. Pensavo ad Adelfia come ad un luogo germogliante: un contesto dove si seminano e coltivano pensieri e pratiche da far germogliare. Abbiamo posto davanti alla grande finestra questo tessuto trasparente e poroso, che lasciava filtrare il paesaggio marino. Chi partecipava all'incontro era stato invitato/a a scrivere su dei foglietti parole chiave o pensieri particolarmente preziosi da cucire sul tessuto insieme a cose trovate sulla spiaggia che rappresentassero un pensiero visivo o un'emozione. Man mano che l'arazzo si andava lentamente arricchendo di immagini e parole, mi rendevo conto, con felice stupore, che stava diventando la trasposizione visiva ed emotiva del tessuto dei nostri pensieri, acquistando un profondo significato simbolico.
Infatti uno dei temi su cui ci urgeva riflettere era il rapporto tra privato e pubblico, interno ed esterno, come abolirne il dualismo per inventare nuove forme di civiltà e convivenza per abitare meglio con se stessi/e e con gli altri/e…
Quel tessuto trasparente era una soglia che permetteva il trasmutarsi, il passaggio di una dimensione nell'altra, un luogo di metamorfosi dove il paesaggio esterno e la dimensione mentale ed emotiva del nostro ragionare insieme si mescolavano in un unico oggetto, dove il dentro e il fuori coesistevano e interagivano influenzandosi a vicenda: il mutare delle luci e i colori del paesaggio marino - anche con il suo carico di forti e dolorose inquietudini come l'approdo a volte tragico dei clandestini, e l'inquinamento - interagivano in compresenza e convivenza sulla trasparenza del tessuto con i pensieri scritti e cuciti, i disegni, i rami, le conchiglie infilate, gli steli…

Gian Piero ha inserito nell'arazzo un rametto con delle spine. Mi rendo conto che quell'immagine per me significa, ma probabilmente anche per lui, in modo diverso, la difficoltà del fare politica creativa insieme, donne e uomini. La mia formazione politica è avvenuta con le donne, in luoghi separati, ci sono forti difficoltà nel mettersi reciprocamente in ascolto, a parte alcuni rapporti privilegiati di affetto e amicizia. Quando Adriana chiedeva a se stessa e alle altre "come amare gli uomini", ho provato dei sentimenti contrastanti. Adesso, ripensando alle sue parole dopo quell'esperienza di vita insieme, mi sembra di capirle meglio: in fondo lei mi invitava a mettere in pratica in ogni contesto il gesto amoroso che avevo espresso nel proporre alle donne e agli uomini lì presenti di creare insieme l'arazzo. Il convivere, coesistere della dimensione di interno ed esterno e il loro influenzarsi reciprocamente, richiede la creatività di un atto amoroso. L'altro da me, quell'esterno, sono dunque gli uomini, che devo imparare in qualche modo ad amare (o almeno a non escludere) per poter agire politicamente in modo creativo.

Il dono germogliante di Adelfia è stato il vivere insieme in un contesto dove ognuno/a ha cercato di far giocare a suo modo le proprie energie creative con il proprio linguaggio, mettendo a disposizione degli altri/e le proprie esperienze. Un contesto capace di suscitare scatti di consapevolezza, in me così è avvenuto, per rischiarci con più efficacia nelle nostre singole esistenze.

Bologna, settembre 2003