Donne e conoscenza storica

 

E Books
scelti da noi
   

Elena Urgnani , Eleonora de Fonseca Pimentel, Testi letterari

SONETTI
DI ALTIDORA ESPERETUSA

IN MORTE DEL SUO UNICO FIGLIO

I

Figlio, tu regni in Cielo, io qui men resto
Misera, afflitta, e di te orba e priva;
Ma se tu regni, il mio gioire è questo,
Tua vita è spenta e la mia speme è viva.

Anzi la Fede e cresce e si ravviva.
E per essa al dolor la gioia innesto:
Ché il viver fora al paragon molesto,
E tutto ottien chi al tuo morir arriva.

E parte di tua gloria in me discende,
Che l’esser madre di uno spirto eletto
L’alma devota in caritate accende.

Ma il laccio di natura in terra è stretto.
Ah, se per morte ancora in Ciel si stende,
Prega tu pace all’affamato petto!

II

Figlio, mio caro figlio, ahi! l'ora è questa
Ch’io soleva amorosa a te girarmi,
E dolcemente tu solei mirarmi
A me chinando la vezzosa testa.

Del tuo ristoro indi ansiosa e presta
I’ ti cibava; e tu parevi alzarmi
La tenerella mano, e i primi darmi
Pegni d’amor: memoria al cor funesta.

Or chi lo stame della dolce vita
Troncò, mio caro figlio, e la mia pace,
Il mio ben, la mia gioia ha in te fornita?

Oh di medica mano arte fallace!
Tu fosti mal accorta in dargli aita,
Di uccider più, che di sanar, capace.

III

Sola fra miei pensier sovente i’seggio,
E gli occhi gravi a lagrimar m’inchino,
Quand’ecco, in mezzo al pianto, a me vicino
Improvviso apparir il figlio i’veggio.

Egli scherza, io lo guato, e in lui vagheggio
Gli usati vezzi e ‘l volto alabastrino;
Ma come certa son del suo destino,
Non credo agli occhi, e palpito, ed ondeggio.

Ed or la mano stendo, or la ritiro,
E accendersi e tremar mi sento il petto
Finché il sangue agitato al cor rifugge.

La dolce visione allor sen fugge;
E senza ch’abbia dell’error diletto,
La mia perdita vera ognor sospiro.

IV

O splenda il sole, o tuffi il carro adorno,
Ovunque gli occhi di fissar procuro,
Sempre presente al mio pensier figuro
Della morte del figlio il crudo giorno.

Le meste faci scintillargli intorno
Dell’ombre io veggio in fra l’orrore oscuro,
E agonizzar spirante il raffiguro
Se, dove luce, a rimirar ritorno.

E se, cercando al mio dolor conforto,
Talor m’involo alla spietata soglia,
Dubbio e spavento, empi compagni, io porto.

E allor che fra le mura il pié riporto,
Parmi che in tetra faccia ognun m’accoglia,
E gridi: - ahi te infelice, il figlio è morto!

V

Le meste rime del Cantor toscano
Lessi sovente e piansi al suo dolore,
Compassionando lui che per amore
Laura piangeva e la piangeva in vano.

Poiché con cruda inesorabil mano
Morte del figlio troncato ha l’ore,
Sfogo in versi pur io l’afflitto core,
E il duol raddoppio per sé stesso insano.

Or chi più giusto oggetto a’ pianti suoi
Ebbe, e in affanno più crudel si dolse?
Anime di pietà, ditelo voi.

D’accesa mente acerbo frutto ci colse,
Io di dover, che più sacro è fra noi:
Ei perché volle, io perché il Ciel lo volse.

 

ODE ELEGIACA
DI ALTIDORA ESPERETUSA

PER UN ABORTO,
NEL QUALE FU MAESTREVOLMENTE ASSISTITA
DA M.R. PEAN IL FIGLIO

Musa, deh vieni, e tempera
l’usata cetra ormai,
che polverosa e inutile
giacque sul suolo assai.    4

Vieni, la nuova cantisi
riacquistata vita;
cantiam l’esperta e medica
man, che ne porse aita.   8

E tu paese florido,
ov’han le Grazie albergo,
cui Senna in lenti vortici
irriga il nobil tergo;    12

e tu, città, ch’imperio
hai nell’illustre terra,
u’a’grand’ingegni il tempio
la dotta dea disserra;   16

voi che, del sesso amabile
più tenere al periglio,
per lui sudate, e provvide
a noi mandaste il figlio,   20

udite i nostri moduli,
udite i nostri accenti;
fra i mari e i monti s’aprano
il gran cammino i venti 24

E di una grata lingua
ora i giusti inni e i voti,
alto eccheggiando, arrechino
a’ popoli mal noti;   28

e ovunque il sesso splendere
mira del sole il raggio,
rendano mal noti popoli
al vostro nome omaggio.   32

Già cinque volte Cintia
fuor dell’argenteo velo
il puro volto e candido
spiegato avea dal cielo;   36

io troppo dolce e tenero
pegno nel seno avea,
onde recente perdita
ricompensar credea.   40

Giva il pensier sollecito
tutto bramoso e vago
già del perduto figlio
pingendo in lui l’imago 44

Immaginar piaceami
in lui lo stesso sesso,
ed a chiamarlo usavami
col caro nome istesso. 48

Oh come allor pareano
a’ miei desiri ardenti
del tempo i vanni rapidi,
e neghittosi, e lenti! 52

E, stanca omai d’attenderli,
oh quante volte e quante
io sospirosa finsimi
il desiato istante! 56

E la crudel memoria
rattemperava intanto,
ed i miei dì passavano
fra la speranza e ‘l pianto. 60

Ahi! la speranza amabile
parca crudel recise,
e dentro il chiuso carcere
l’atteso frutto uccise. 64

Diece fiate al gelido
sposo segnò la traccia,
diece l’Aurora accolselo
nelle lucenti braccia; 68

io, di me stanca, in dubbio,
non sento più da’ noti
internamente scuotermi
soavi e lenti moti. 72

Alfin gl’istanti giunsero,
in cui del vano incarco
tentò natura sciogliersi,
ma senza aprirgli il varco. 76

E fra dolenti spasimi
quel, che ne serba in vita
umor potente e vivido
sol ritrovò l’uscita. 80

Pallida larva orribile
morte del letto ai lati
erra non vista, e tacita
tende gli oscuri agguati. 84

Dal freddo gelo io sentomi
già ingombrato il petto,
ed il mio rischio annunciami
de’ miei lo smorto aspetto. 88

A lenti passi aggirasi
per la vicina stanza
il genitor, cui sangue
appena in volto avanza. 92

Ad una sedia appoggia
l’abbandonato fianco
il mesto zio, immobile,
ammutolito e bianco. 96

Sedesi al letto in faccia
ne' begli atti pietosa,
talor furtiva guatami
del mio cugin la sposa 100

Poco in disparte taciti
i miei germani stanno,
e in dubbio moto e trepido
vengono incerti e vanno.104

Di sé sostegno porgemi
l’antica balia, e intanto
per non mirarmi volgesi
e per celarmi il pianto. 108

Le fide ancelle corrono
confuse nei lor moti;
delle cognate timide
odonsi lungi i voti. 112

E a’ necessari ufficii
presta la man tremante
il doppiamente misero
consorte in quell’istante. 116

Tace ciascun; ma il lugubre
silenzio ogni momento
rompe sommesso sibilo
di tema e di lamento. 120

Di sé sicura l’abile
mano, al soccorso intenta,
sol si conserva intrepida
al dotto oprar non lenta; 124

e dalle cieche latebre
per non mirar la luce
all’aere aperto il livido
estinto feto adduce. 128

Oh troppo vane angosce,
inutile periglio,
dovea la vita io perdere,
e non la diedi al figlio! 132

Oh degna pur d’invidia,
quella, cui dà la sorte
altrui la vita porgere,
nell’ottener la morte; 136

Che il caro frutto stringere
può de’ tormenti suoi,
gli avidi sguardi pascere,
e riprodursi in lui; 140

ch’ode i vagiti teneri;
che, labbro a labbro unita,
spira ed in lui trasfondere
può la fuggente vita! 144
   

Morte, che vinta videsi,
stupì, arse di scorno,
e le nere ombre orribili
fiera mi sparse intorno. 148

Fredda sul core avventami
la man bagnata in Lete,
ed al commosso sangue
squarcia le vie segrete, 152

stende sul letto rapida
le membra irrigidite,
e sovra gli orli spingemi
della profonda Dite.156

Un sol momento avvanzami;
ma, in quel momento, ardita
la dotta man frapponesi,
e mi mantenne in vita; 160

la dotta man, ch’imperio
usa ad avere in Morte,
da me la svelse e chiusela
nelle tartaree porte. 164

Fa nelle vene gelide
Il sangue allor ritorno;
ritorna ai lumi languidi
l’abbandonato giorno. 168

Di gioia un grido levano
tutti in quel punto istesso,
tumultuosi affollansi
al letto mio dappresso; 172

e chi la destra stringemi,
chi nello smorto viso
i lieti baci replica
pur fra i singulti e il riso, 176

e su la fronte spargersi
del mio LIBERATORE
i segni ancor i’ veggio
di affanno e di timore. 180

Musa, deh vieni, e tempera
Per lui l’aurata cetra;
l’onor di sua vittoria,
Musa, innalziamo all’etra. 184

Non sulle vette altissime
spogliò di neve i monti,
non ricercò le fervide
vene dei caldi fonti; 188

quello che l’uva accoglie
raggio del sole ardente,
raggio, che poscia formasi
dolce liquor possente,   192

quello, in virtù dell’abile
medica man, fu solo
i fuggitivi spiriti
atto a fermar nel volo.196

O più che manna e dittamo
almo liquor vivace,
almo liquor benefico,
vita dell’uomo e pace, 200

te pura offerta bramano
sovra gli altari i Dei,
tu alle bell’opre stimolo,
dono del ciel tu sei. 204   

Musa, non più di lauro
cerchiam ombra o corona;
siano i ridenti pampani 208

la fronda d’Elicona.
Cinte di lor le tempia,
gustiam del bel liquore,
ed intoniamo i cantici
al mio LIBERATORE. 212

Ai nostri canti applauda
la vaga donzelletta,
che vergognosa e timida
il sacro imene aspetta. 216

I nostri canti replichi
la giovanetta sposa,
che de’ futuri e teneri
germi si mostra ansiosa 220.

E fin che in noi conservasi
la riacquistata vita,
Musa, cantiam la medica
man, che ne porse aita.   224