Le lettere di Galileo

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Nel marzo del 1640, vecchio e ormai cieco, Galileo scrive al principe Leopoldo di Toscana in risposta alla sua richiesta di esprimere un giudizio sul trattato di Fortunio Liceti, De lapide Bononiensi, nel quale l'autore contesta una delle teorie formulate da Galileo. "Sopra il candore della luna" è l'argomento della discussione, e cioè "da cosa dipenda quel tenue lume secondario che nella parte tenebrosa della luna si scorge, massimamente quando ella è poco remota dalla congiunzione col Sole" e che Galileo aveva correttamente affermato "essere effetto cagionato dal reflesso de' raggi solari nella superficie del nostro globo terrestre". Ma l'interesse di questo documento non è solo scientifico: se è un bell'esempio dei rapporti che legavano scienza e potere e insieme un elegante esercizio letterario, ancora più interessante è la stretta unità fra pensiero filosofico e scientifico difesa da Galileo, che inizia la contestazione a Liceti affermando: "E perché egli procede come matematico e fisico, andrò esaminando come filosofo, qualunque io mi sia, e come matematico le sue opposizioni". Il testo è piuttosto lungo e articolato, con numerose digressioni che rendono la lettura forse poco scorrevole ma piena del colore di un'epoca e della singolare personalità del suo autore. Questa che abbiamo scelto è l'ultima delle 25 lettere di Galileo che si trovano raccolte nel sito di Liber Liber, la più grande raccolta di testi in rete.