Intervista a Jonh Morris
di Elena Rossi

 

 

 

 

Il lavoro di Susan Meiselas sul Kurdistan è diventato anche un sito.

Tra gli ultimi assegnatari del premio intitolato a Eugene Smith ci sono l'italo americano Ernesto Bazan 1998, per il suo lavoro sulla vita a Cuba dopo il collasso dell'Unione Sovietica, e Chien-Chi-Chang, 1999, nativo di Taiwan, che ha documentato la vita dei cinesi immigrati cladestinamente a New York e quella dei parenti rimasti nelle zone rurali della Cina.

Tra gli altri premi citati da Morris, vanno ricordati i due Pulitzer annuali e la Robert Capa Gold Medal istituita dall'Overseas Press dopo la morte di Capa in Indocina, per premiare i fotografi che hanno rischiato di più nel corso del loro lavoro; a volte è stata assegnata dopo la loro morte. E' in corso una mostra in Giappone dei vincitori del premio.

Una lista di premi internazionali e programmi di formazione per giornalisti in questa Guide to International Journalist Fellowship del ICFJ (Internationa Center for Journalism)

Lei ha vissuto il periodo d'oro di Life e nel suo libro descrive lo spirito che regnava nella redazione. Che cosa lo rendeva così particolare?

Prima di tutto avevamo un editore d'eccezione. Henry Luce era un uomo di grandi vedute giornalistiche; era stato il fondatore di Time, Fortune e Life, che all'epoca furono giornali molto importanti in America. Era anche molto interessato al potere e politicamente era conservatore, ma aveva saputo radunare nel suo staff persone di grande talento. Inizialmente la maggior parte dei collaboratori veniva dalle migliori università americane, poi arrivarono anche grandi fotografi tedeschi fuggiti dalla Germania nazista (Erich Salomon, Alfred Eisenstaedt ecc.). La visione di Luce ispirò tutta una generazione di giovani giornalisti. Quando ero uno studente, non c'era altro posto all'infuori di Time o Life dove avrei voluto lavorare.

Life ha cessato le pubblicazioni nel 1999, ma esiste un sitoweb dove si possono ancora vedere alcuni dei reportages più famosi.

A Life ho lavorato con i maggiori fotografi e questa visione giornalistica mi ha accompagnato tutta la vita.
Luce era anche un abile imprenditore: le sue erano testate di grande successo e questo significava disporre di notevoli risorse economiche.

Dal punto di vista dell'editor, che tipo di esperienza rappresenta poter commissionare ai fotografi grandi reportages, impegnativi in termini di tempi e di costi?

Avevamo la sensazione di avere a disposizione tutto il necessario per fare un buon lavoro. Io ho speso centinaia di migliaia di dollari per Life senza doverci pensare. Se avevamo bisogno di qualcosa, lo ottenevamo. I nostri stipendi non erano alti, ma il budget a disposizione sì. Adesso non è più così. Ora è la televisione che dispone di grandi risorse. Anche se realizza solo un grande reportages ogni tanto, la televisione ha un po' il ruolo che hanno avuto le riviste illustrate a quel tempo. Oggi l'unico giornale che si può permettere di investire tempo e denaro in grandi reportages è il National Geographic.

Quindi la funzione di traino che ha avuto a suo tempo Life nella diffusione delle immagini, oggi è svolta solo dalla televisione?

Sì, la televisione, certo. Tra i giornali, il National Geographic. Questa è una delle ragioni per cui abbiamo avviato un progetto come il W. Eugene Smith Memorial Fund, che assegna ogni anno un premio in denaro perché i fotografi possano realizzare reportages impegnativi e costosi. La prima a ottenere il premio fu Jane Evelyn Atwood, nel 1980, che ottenne 10mila dollari e ora il premio è di 20mila dollari. In un certo senso è un sostituto, per quanto minimo.
Ci sono anche altri progetti di questo genere: Susan Meiselas della Magnum, per esempio, ha avuto un grosso premio in denaro dalla McArthur Fundation per realizzare un libro sui Curdi.


Anche i libri possono avere un'importante funzione nella diffusione nelle immagini?

Su Sebastiao Salgado vedi il nostro percorso e il sito del Comune di Milano sulla Mostra "In Cammino", che sta girando le principali città europee, dopo un lavoro durato 7 anni, che lo ha portato in 50 paesi.

Sì, certo, alcuni libri. Quelli di Salgado, per esempio, che ha realizzato dei progetti veramente incredibili in tutto il mondo.

Ha mai lavorato con lui?

L'ho conosciuto ma non mai lavorato con lui. Salgado era alla Magnum quando arrivai a Parigi, ma ne uscì dopo un breve periodo; prima ancora era alla Gamma. Lui è un esule politico ed è uno dei pochi a essere arrivato al fotogiornalismo dopo i trent'anni. Prima aveva studiato da economista e il suo background culturale è molto importante perché gli dà la possibilità di capire molto bene la realtà e i problemi basilari dell'umanità. Questo è uno dei limiti del giornalismo americano. Oggi i giornalisti sono pagati bene, viaggiano comodi e non vengono a contatto con i problemi di fondo, la povertà e così via. Il primo mondo non capisce il secondo: ecco perché l'Africa è così indietro. Salgado è l'unico ad aver affrontato reportages così colossali. Credo che sia forse il più grande fotogiornalista.