Intervista a Alex Majoli
di Valentina Carmi

 

 

 

Stai seguendo altri grandi progetti fotografici?

Il più importante adesso è quello sui porti nel mondo. Sto fotografando le città portuali nel mondo ormai da tre anni. Ne ho fatte sei e me ne mancano dodici. Quindi in proporzione mi mancano ancora sei anni… (ride). Alla fine vorrei arrivare a circa cento foto.

Cosa ne farai?

E' un progetto che non è destinato unicamente a diventare un libro. Alla fine ci sarà anche uno spettacolo teatrale. Verranno proiettate le foto in sequenza, con i musicisti che suoneranno dal vivo e un narratore che leggerà un testo. Il titolo è già quasi ufficiale: si chiamerà "Hotel Marinum". E' come se ogni stanza di questo Hotel fosse una città. Ma il fatto è che non capisci bene di quale città si tratta: il filo conduttore è il porto, non importa di quale città. La cosa interessante è che si ripetono sempre gli stessi riti. Le persone, le cose, i fatti sono in comune in tutte le città di porto. E poi si scoprono un sacco di segreti, di aneddoti. Lo sai che la pizza è stata inventata a Genova? E poi c'è tutta una serie di segni, di segnali che impari a vedere e a riconoscere...

Come è nata l'idea di questo progetto?

E' nata per caso. Ho fatto due più due e... Perché io in realtà ho sempre fotografato quei posti lì, però non me ne rendevo conto. Poi sono nato a Ravenna (ride). Commercialmente è il Porto numero due in Italia, dopo Genova.

Quando hai iniziato a fotografare?

La prima foto l'ho fatta il giorno della comunione… (ride). Quella foto vinse anche un concorso che si chiamava "il vecchio e il nuovo": c'erano due tizi che camminavano nel porto di Ravenna e sulla destra c'era una gru dell'Agip. Avrò avuto circa nove anni.

C'è stato un momento in cui hai realizzato di avere un tuo proprio linguaggio fotografico?

No.

Come è cambiata la tua vita professionale da quando sei entrato nell'agenzia Magnum?

Entrare alla Magnum è stato molto importante perché ha evitato che smettessi di fare foto. Ero stanco, vivevo quasi sempre in Sud America. Poi sono tornato a Bologna dove facevo solo cose commerciali per le case discografiche, avevo perso un mucchio di cose, anche la fidanzata. Non ci credevo più, in Italia non riuscivo a lavorare. Ero pieno di sconforto. Così ho preso un po' di foto, mal editate, mal messe nei plasticoni e le ho mandate a Magnum. E quando ero ancora lì a cercare di farmi pagare dalla Poligram, e facevo il cameriere pensando di mollare tutto, mi chiama Ferdinando Scianna e mi dice che mi avevano preso alla Magnum. Io mi ero persino dimenticato di aver mandato le foto… Così ho detto, va be', allora è meglio continuare a far le foto.

Come funziona?

Sei rappresentato bene. Controlli quello che succede. Ti confronti con tutto il mondo.

Ti trovi bene con gli altri fotografi di Magnum?

Sì, per certe cose sì, altre situazioni mi fanno incazzare. Comunque è il posto più democratico che esista in questo ambiente.

Lavori ancora per i musicisti?

Mi chiamano ancora e dico di no. Tranne che per gli amici, per i quali lavoro gratis.

Cosa ne pensi della stampa italiana?

Praticamente non lavoro per la stampa italiana. Soltanto un po' per "Amica" che ogni tanto mi chiama e mi fa fare qualcosa.

La differenza tra la stampa italiana e quella straniera?

Enorme. C'è un abisso. Lavoro quasi esclusivamente con la stampa straniera. Per esempio il Kossovo lo seguo dal 93, per conto mio. A un certo punto mi ci ha mandato Medici senza Frontiere, così è successo che ero lì durante il casino. Ci sono ritornato nel marzo del 99, prima dei bombardamenti e sono stato là 25 giorni per conto mio, senza assignement. Dopo mi ha chiamato Il Newyorker per fare una storia. Poi il Sunday Times.

Consideri di avere dei "maestri" nella fotografia?

Quando ero molto giovane mi ispiravo a Weston, a Koudelka… Adesso mi piace molto Richard Billingham, poi considero strepitoso il lavoro sulla Russia di Luc Delahaye: bello veramente, dovreste vederlo…

Cosa dici di questo tuo primo libro su Leros?

L'impaginazione di questo libro è stata fatta male apposta: non volevo fare un libro fotografico. Anche la scelta di mettere il testo in copertina è stata fatta perché la gente deve leggere la storia, deve conoscerla: le foto sono fatte per conoscere questa realtà, non per vedere delle belle immagini. Quindi non aveva molta importanza che le foto fossero a destra o a sinistra o che non fossero tagliate nel mezzo.

L'editing delle fotografie è un momento fondamentale: solitamente lo fai da solo o ti fai aiutare da qualcuno?

Da solo. Ultimamente però, mi faccio aiutare da Laura (la fidanzata, giornalista, ndr): perché tre o quattro volte lei aveva scelto delle foto che io non avrei mai scelto: poi facendole vedere a Koudelka lui ha notato proprio quelle scelte da lei. Questo significa qualcosa... Comunque il modo di fare l'editing, di scegliere la foto cambia nel tempo: ci sono per esempio delle immagini che un tempo amavo ma che adesso non riesco neanche più a vedere.

 

 

 
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