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Gli ultimi anni
Sessanta e i primi anni Settanta furono sia in America che in Europa
anni di grande impegno sociale e il fotogiornalismo fu ancora una volta
in prima linea nel documentare le guerre e le rivolte studentesche e
della comunità nera in America.
La guerra del Vietnam è probabilmente l'ultima
di cui ci siano state trasmesse tante immagini e su cui, anche negli
anni successivi, siano stati girati tanti film.
La grande quantità di immagini prodotte e il forte impatto sociale
trovano testimonianza anche in rete, dove i siti sul Vietnam si contano
a centinaia di migliaia. C'è anche da dire che nel corso di undici anni
ben 46 giornalisti vi rimasero uccisi. Tra i fotografi, l'inglese
Larry
Burrows, alla cui memoria sono dedicate queste pagine di Life, e
il francese Michel Laurent, caduto pochi giorni prima della fine del
conflitto.
Nel
corso del 1968, tre foto in particolare
contribuirono a scuotere l'opinione pubblica americana. La prima, di
Eddie Adams, raffigura il capo della polizia sudvietnamita che punta
la pistola alla tempia di un giovane vietcong; la seconda, scattata
da un giovane studente, John Filo, mostra una ragazza inginocchiata
accanto al corpo di un compagno, ucciso dalla Guardia Nazionale nel
corso di una dimostrazione pacifista all'Università dell'Ohio.
La terza, di Nick Ut, mostra un gruppo di ragazzini che fuggono da un
bombardamento al napalm.
Tra le foto più
famose della guerra in Vietnam vanno ricordate anche quelle dell'inglese
Donald McCullin, che nel 1968 documentò la
battaglia di Hué al seguito di una compagnia di marines. Le foto vennero
pubblicate in un servizio sul New York Times intitolato "Così stanno
le cose", accompagnate da un articolo-intervista a McCullin.
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Marc
Riboud, 1965, un'immagine di Pechino da Concerned Photographer
2, in rete negli archivi di ArtScene,
guida alle Gallerie e ai Musei della California del Sud. Riboud
fu il primo fotografo occidentale a entrare nella Cina comunista
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I fotogiornalisti
avevano già cominciato a mettere in discussione la presunta "neutralità"
del loro lavoro e a interrogarsi sull'etica del loro mestiere. L'associazione
internazionale "The Concerned Photographer" fu uno dei momenti in cui
dichiararono pubblicamente il loro coinvolgimento e leresponsabilità
che assumevano. Nel
1967 uscì con
una prima mostra che radunava immagini di Robert Capa, Werner Bischof,
Leonard Freed, André Kertész, David Seymour e Dan Weiner. Sei anni dopo
usciva presso il Museo Ebraico Concerned Photographer 2, con le foto
di Cornell Capa, Marc Riboud, Ernst Haas, Donald McCullin, Roman Vishniac,
Bruce Davidson, Gordon Parks, Hiroshi Hamaya, W. Eugene Smith.
SCRIVERE
CON LA LUCE
"Non
c'è dubbio che stiamo vivendo in un mondo visivo e ancor meno
sugli orientamenti del futuro. L'individualità e l'integrità
del fotografo, come pure la qualità e la credibilità delle sue
immagini, sono vitali per la creazione di una storia visiva
della nostra epoca - il primo secolo ad essere documentato con
i commenti visivi di tutti coloro che hanno scoperto che la
macchina fotografica può esprimere le loro convinzioni più profonde.
La fotografia si è meritata il suo appellativo originale (dal
greco "scrivere con la luce"). C'è, e ci sarà, una "scrittura
visiva", che comprenderà tutti i generi, dal più mondano e commerciale
alle creazioni artistiche uniche e alle rappresentazioni che
documentano/commentano il mondo in cui viviamo. Queste ultime
possono essere qualificate più sinteticamente come "fotografia
impegnata" - la fotografia che, secondo le parole di Steichen,
ha la missione di "spiegare l'uomo all'uomo e ogni uomo a se
stesso". Questo è lo scopo cui è dedicata questa Fondazione."
Dall'introduzione di Cornell Capa
a "The Concerned Photograph 2"
- 1972
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