Seydou Keita (LINK alla breve biografia di Keita che segue) è l'esponente più rappresentativo e conosciuto di quella tradizione, diffusa in tutta l'Africa, dei "fotografi di studio". Questi fotografi hanno elaborato, con gusto molto "africano", l'eredità tecnologica dei colonizzatori occidentali. Infatti non cercano di ritrarre la realtà com'è, piuttosto mettono in scena una rappresentazione in qualche modo magica dei loro soggetti.

E' all'inizio del XX secolo che i primi fotografi africani cominciarono a installare i loro studi in quasi tutte le capitali e le grandi città africane, dopo aver acquisito la tecnica fotografica lavorando come impiegati presso gli studi europei locali, o dopo il servizio militare negli eserciti coloniali (LINK a numero 17).

Il loro lavoro consisteva essenzialmente in ritratti realizzati in studio, dove lo studio era, molto semplicemente, una tenda drappeggiata da cui spesso occhieggia qualche elemento del paesaggio (l'inevitabile palma) e i soggetti ritratti sono generalmente vestiti, o forse meglio agghindati, all'occidentale (LINK al numero 17: due giovani di colore in abiti occidentali), impettiti a mostrare il meglio di sé o a interpretare un desiderio molto probabilmente irrealizzabile, rispondendo così ai bisogni della nascente borghesia africana, e successivamente a quelli delle amministrazioni accentratrici.
La fotografia fu accolta con entusiasmo perché intesa come memoria, prova di appartenenza alla modernità, messaggio simbolico, dimostrazione o desiderio di una posizione sociale. Per questi motivi i costumi, gli accessori e le posture non sono mai casuali, ma fanno parte della messa in scena sociale dell'individuo o del gruppo ritratto.

La fototessera, e con essa l'attività dei fotografi di studio, divennero un fenomeno popolare a partire dagli anni '50 e '60, e in questi anni operò intensamente S.K: a Bamako nel Mali, insieme a molti altri, sempre in Mali e in altri paesi vicini dell'Africa centrale come Ghana, Costa d'Avorio e Senegal. ( qui potrebbe andare il LINK agli altri fotografi, dal numero 5 all'11)
K. cominciò negli anni '40 a far pratica con la macchina fotografica, ma solo verso la fine del decennio fu in grado di aprire un suo studio. L'attività divenne presto intensa: persone di ogni genere e classe sociale facevano la coda per farsi fotografare, S. K. racconta che persino il Presidente della Repubblica si fece ritrarre nel suo studio. Nei giorni di mercato, poi, S. era costretto a sviluppare di notte i negativi scattati nella giornata per poterli consegnare il mattino seguente. (LINK a numero 1; intervista a S. K.)

K. ha continuato a lavorare fino alla fine degli anni '70, conservando accuratamente tutti i negativi. Il suo "tesoro" fotografico è stato casualmente scoperto, quasi vent'anni dopo, da Francoise Huguier (LINK a numero 1, ma la parte di intervista di F. H.)

Gli anni '70 segnano però il declino, se non la fine, di questo fenomeno, perché cominciarono a diffondersi anche nella regione centro-africana macchine fotografiche piccole e maneggevoli e di facile utilizzo, così l'opera del fotografo non venne più richiesta, o quasi.

Le guerre e i continui capovolgimenti politici hanno spinto la maggior parte dei fotografi africani verso una fotografia di reportage e di testimonianza, ma alcuni hanno ulteriormente elaborato la tradizione, come P. K. Apagya (Link a numero 12 e numero 16), che utilizza il colore, sempre più richiesto, e realizza degli sfondi in "trompe-l'oeil" che riproducono degli interni di case coloratissimi e di tipo occidentale, o lo sfavillante "skyline" di Manhattan. Con molta ironia il mago rivela in scena i suoi trucchi.

LIBRI
"Anthologie de la photographie africane", volume di autori vari, sulla storia della fotografia africana, si può in effetti considerare il più esaustivo su questo argomento, è anche molto ricco come raccolta d'immagini. (LINK a numero 15)

Un altro libro, sempre edito da Revue Noir, è segnalato dal LINK numero 13.
Le edizioni Revue Noir pubblicano anche altri libri di fotografia africana con ben tre collane, e tutto è disponibile sul sito della casa editrice stessa.

Nel 1998 si sono svolti a Bamako i "3emes Rencontres de la Photographie Africane" dove molti dei fotografi di studio hanno potuto esporre i loro scatti. ( LINK a numero 14)
Sempre a Bamako nel 1998, ha avuto luogo un'altra esposizione curata da Santu Mofokeng; è stata ripresa poi a Parigi alla FNAC di Montparnasse dal marzo all'aprile 1999 con il titolo: "The Black Photo Album, Johannesbourg 1890-1950".

 

 
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