"Alberi
e animali che non hanno uguali in nessun'altra parte del mondo,
monoliti antichi come il vento che li ha modellati, un'isola lontana
da ogni rotta abitata da un popolo misterioso come il suono arcaico,
basso e vibrante del didgeridoo, o come il boomerang che colpisce
e ritorna. Una terra divenuta metafora moderna della fuga dalla
civiltà, grandi spazi dove tutto è ancora possibile, anche ricominciare
una vita. Non è facile accostarsi all'Australia spogliandosi da
questi cliché. Si può fare seguendo Le
Vie dei Canti tracciate da Bruce Chatwin."
Così Stefania Giorgi su Il Manifesto del 18 dicembre 1997 invoca
Chatwin per invitare il lettore a una più attenta riflessione
sulle terre australi.
Ma non si pensi che questo libro sia un trattato di antropologia
o un saggio: è un romanzo, un libro di ricordi, un mosaico di
storie.
Storie
sulla natura...
"In
teoria sono un'etnobotanica" rise. "Ma mi sono lasciata prendere
la mano".
Alex
era il suo migliore informatore: la sua conoscenza delle piante
era sconfinata. Sciorinava i nomi delle specie, la stagione e
il luogo in cui sarebbero fiorite. Le usava un po' come un calendario.
Sulle
lingue degli aborigeni...
Non
aveva mai studiato linguistica, però con il lavoro del dizionario
si era destato in lei un interesse per il mito di Babele. Come
mai in Australia, quando la vita aborigena era così uniforme,
c'erano duecento lingue? Era davvero possibile darne una spiegazione
in termini di tribalismo o di isolamento? Certo che no! Stava
cominciando a domandarsi se non c'era una relazione fra la lingua
e la distribuzione delle diverse specie sul territorio.
"A
volte" disse "domando al vecchio Alex il nome di una pianta e
lui mi risponde: "Nessun nome", intendendo: "Nel mio paese questa
pianta non cresce".
Lei
allora cercava un informatore che da bambino avesse vissuto dove
la pianta cresceva, e scopriva che dopotutto un nome ce l'aveva.
Il
" cuore arido " dell'Australia, disse, era un mosaico di microclimi,
dove diversi erano i minerali nel terreno e diversi gli animali
e le piante. Un uomo cresciuto nel deserto conosceva a menadito
la sua flora e la sua fauna, sapeva quale pianta attirava la selvaggina,
sapeva che acqua bere. Sapeva dove sottoterra c'erano dei tuberi.
In altre parole, dando un nome a tutte le "cose" del suo territorio,
egli poteva sempre contare di sopravvivere.

E
un libro di idee, che affiorano sotto forma di citazioni, appunti,
ricordi di viaggio nella parte tratta dai taccuini:
Sono
le zingare a far restare i loro uomini sulla strada. Così come
erano le donne degli indiani Yaghan,
nelle acque sferzate dal vento dell'arcipelago di Capo Horn, a
tenere accese le braci sul fondo delle canoe di corteccia. Il
padre missionario Martin Gusinde le paragonò alle "antiche vestali"
o a "irrequieti uccelli di passo, felici e in pace con se stessi
solo quando sono in movimento."
Il
viaggio continua....